I profughi spacciavano tra i bambini

Dieci arrestati, 8 gambiani sono richiedenti asilo. Vendevano droga in un parco

Milano - Otto gambiani, tutti ufficialmente richiedenti asilo e quindi in attesa dello status di rifugiati. A quattro di loro era già stato negato e, come prevede la legge, avevano inoltrato una nuova richiesta. Tutti arrivati in Italia a bordo dei barconi «della disperazione», in fuga dal loro Paese di origine a causa di un governo ostile, che li perseguita. Insieme a loro altri due complici provenienti sempre dall'Africa subsahariana, dalla Guinea-Bissau, anch'essi senz'altro desiderosi di fare dell'Italia il luogo dove stabilirsi. Sono stati bloccati ieri mattina dagli investigatori della sezione «Narcotici» della squadra mobile di Brescia per spaccio di sostanze stupefacenti. Un'accusa accompagnata dall'aggravante dell'aver venduto la droga nelle vicinanze di luoghi di aggregazione frequentati perlopiù da minori. Parliamo degli allievi di una scuola media, la «Mario Bettinzoli» e dei ragazzini dell'oratorio della chiesa di Santa Maria in Silva che sono praticamente a due passi dai giardini della zona residenziale di via Sardegna. Dove infatti i migranti, in attesa di ottenere l'asilo politico, vendevano dosi di marijuana e hashish a una clientela di giovani ragazzi, perlopiù intorno ai vent'anni, ma anche molto più giovani.

«Dopo l'arresto per quattro di loro il giudice ha disposto la custodia cautelare, mentre ad altri sei è stato imposto il divieto di dimora a Brescia - ci spiega Alfonso Iadevaia, dirigente della squadra mobile bresciana da un anno e mezzo -. Lo spaccio nei giardinetti andava avanti da diversi mesi e in questura avevamo ricevuto molte lamentale. Come abbiamo scoperto indagando su di loro questi spacciatori non costituivano una vera e propria associazione per delinquere, con un'organizzazione verticistica per intenderci. Piuttosto collaboravano e si spalleggiavano a vicenda, nascondendo la droga nei buchi del terreno o negli anfratti del giardino. Il tutto in pieno giorno, davanti ai bambini. Abbiamo fatto servizi di appostamento, controlli e blitz con le volanti. E infine si è deciso di aggredire il fenomeno, anche attraverso l'arresto ritardato concessoci dalla Procura. Sia per ottenere più elementi sui pusher e verificare che la loro condotta non fosse casuale bensì continuata nel tempo».

Spieghiamo: a Pordenone, dieci giorni fa, la questura si era avvalsa della collaborazione di due infiltrati dello Sco, il Servizio centrale operativo con sede a Roma, l'ufficio investigativo superiore di tutte le squadre mobili d'Italia nonché il solo con la prerogativa di realizzare per la polizia di stato i cosiddetti servizi undercover, cioè sotto copertura. Grazie anche a due infiltrati, fintisi giovani «spacciatori» infatti, nella città friulana era stata stroncata l'attività criminale messa in piedi da 22 stranieri tra pakistani e afghani, giunti in città come richiedenti asilo politico (che a tutti era già stato negato almeno una volta) e che a mano a mano avevano iniziato a controllare il mercato delle droghe, soprattutto quelle leggere, spacciando nei parchi cittadini.

Per combattere in maniera definitiva il «piccolo» spaccio nei luoghi di aggregazione urbani, il Dipartimento di pubblica sicurezza su input della Dcsa (Direzione investigativa servizi antidroga) sta utilizzando metodi impiegati solitamente solo nelle operazioni investigative di traffici internazionali di stupefacenti. Così anche a Brescia sono arrivati da Roma due infiltrati dello Sco, coordinati da Andrea Olivadese, già capo della sezione «Antidroga» alla squadra mobile a Milano. Gli undercover sono stati molto convincenti nel loro ruolo di ragazzini in cerca di dosi e di hashish. E grazie ai servizi di videosorveglianza attuati dai colleghi della Mobile di Brescia, la polizia è riuscita a documentare almeno un centinaio di episodi di spaccio, processualmente contestabili.

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