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I raid sul petrolio. L'arma di Donald per affossare l'Iran e colpire la Cina

Le bombe sul terminal dell'isola di Kharg fermerebbero l'85% dell'export di Teheran

I raid sul petrolio. L'arma di Donald per affossare l'Iran e colpire la Cina
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Affossare l'Iran e azzoppare la Cina. È il doppio colpo con cui Donald Trump punta ad infliggere un nuovo ko al Dragone. Come nel caso venezuelano, l'arma è anche stavolta quella del petrolio. Un petrolio destinato, in caso di attacco americano alla Repubblica Islamica, a trasformarsi in un pesante boomerang non solo per l'economia, ma anche per la reputazione politico strategica della potenza cinese. Il Dragone, abituato a presentarsi al mondo come il paladino del cosiddetto "Sud Globale", si ritroverebbe - per la seconda volta da inizio anno - ad assistere passivamente alla caduta di un governo "amico" decapitato dalla potenza militare americana.

Per capire il piano di "The Donald" basta un'occhiata alle rotte del greggio. Grazie ai 209 miliardi di barili nascosti nel suo sottosuolo, la Repubblica Islamica controlla la terza più grande riserva del mondo dopo Venezuela e Arabia Saudita. E grazie all'estrazione di circa 3,2 milioni di barili al giorno è anche il sesto produttore mondiale. Ma a causa delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite l'80% di quella ricchezza non trova altri sbocchi al di fuori di una Cina che copre, con quelle partite, il 14% dei propri consumi. Fin qui un affare d'oro per Pechino che - grazie alla riluttanza degli altri mercati a sfidare le sanzioni - riesce ad accaparrarsi il greggio iraniano a prezzi inferiori di circa 6-10 dollari al barile rispetto alle quotazioni ufficiali.

La pacchia, però, rischia di finire. E per mettervi uno stop non serve arrivare alla decapitazione del regime di Teheran. Un'operazione che rischia di rivelarsi lunga e complicata, vista la complessità del sistema di potere iraniano e di un apparato di sicurezza in grado di sopravvivere all'eliminazione della Suprema Guida Ali Khamenei e del suo gotha politico-religioso. Per bloccare il petrolio iraniano basterebbe invece bombardare il terminal dell'isola di Kharg. Colpendo quel terminal petrolifero, Trump reciderebbe la vena giugulare del Paese, passaggio obbligato per un flusso di 7 milioni di barili al giorno pari all'85% delle esportazione iraniane di greggio. Grazie all'assoluta superiorità aerea già esibita lo scorso giugno durante la cosiddetta "guerra dei 12 giorni", gli Usa sarebbero in grado di bloccare in meno di 24 ore le esportazioni di greggio iraniano. Costringendo la Cina ad acquistare altrove le forniture energetiche con cui copriva il 14% dei suoi consumi. Un colpo devastante per Teheran, ma anche per l'economia di Pechino che si ritroverebbe a sopportare costi molto maggiori per le proprie produzioni, diventando assai meno competitiva sui mercati internazionali.

Ma lo schiaffo peggiore sarebbe quello politico-strategico. Dopo aver permesso che Nicolas Maduro - più volte presentato come un "buon amico" legato da "reciproca fiducia" - finisse nelle galere americane, ora il presidente cinese si ritroverebbe ad assistere all'assalto all'Iran.

Un Paese definito in passato come un "partner strategico" meritevole di occupare un "posto di rilievo nell'agenda diplomatica della Cina in Medioriente". Un bel salto all'indietro per un presidente cinese che non più tardi dello scorso aprile prometteva di "continuare a garantire aiuto" a tutti gli amici e gli alleati del decantato "Sud Globale".

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