I ricchi europei non hanno più fame

Oggi gli asiatici ci mangiano letteralmente nel piatto tutti i giorni, di più proprio Cina, India e Vietnam che stanno fuori dai top 25. Insomma, il quadro è: noi ricchi ma non forti, altri meno/poco ricchi ma molto forti

I ricchi europei non hanno più fame
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La ricchezza economica di un popolo è una forza o una debolezza? Visual Capitalist, un sito di statistiche, coi dati di Banca Mondiale, Fmi e Ubs Wealth Report ha ordinato i Paesi in base a tre grandezze: il Pil procapite, la ricchezza prodotta divisa per la popolazione; il Rnl procapite, il reddito guadagnato dai residenti, che non sempre corrisponde alla ricchezza prodotta entro i confini del Paese; la ricchezza media procapite, ossia il patrimonio netto degli adulti, formato da asset e investimenti meno i debiti.

In ogni classifica, dove i Paesi sono quasi sempre gli stessi, gli europei occupano 15 delle prime 25 posizioni, il 60%. Gli asiatici, Hong Kong, Singapore, Qatar, Taiwan, Uae, Giappone, Corea e Israele, sono il 25% dei top 25. Siamo o no il popolo più ricco del Mondo? Ovvio che sì. Nessuno vive come noi. Non dico come gli italiani, fuori scala per tutti, ma nemmeno come inglesi o tedeschi. Siamo anche i più forti? Ma no che non lo siamo. Lo siamo stati, certo, per diventare così ricchi, ma ora non più. Oggi gli asiatici ci mangiano letteralmente nel piatto tutti i giorni, di più proprio Cina, India e Vietnam che stanno fuori dai top 25. Insomma, il quadro è: noi ricchi ma non forti, altri meno/poco ricchi ma molto forti.

Qual è il punto? La fame, per usare le perla più bella del compianto Gianpiero Galeazzi: il tennista che ha fame. Per competere e vincere devi avere fame. La ricchezza te la toglie e ti cambia le priorità: invece di produrre ricchezza, che già hai, cerchi un'altra missione nella vita. Punti a essere migliore: come? Facendo del bene a chi sta peggio, ignorando che egli non vuole la tua carità ma il tuo posto. Oppure elevando te stesso con la cultura, che è innanzitutto un bel tema da salotto: con la cultura, si mangia o non si mangia? Mettiamoci punto. Ci mangi se è un mezzo, uno strumento per attirare turisti o spettatori, staccare biglietti e stappare bibite. Non ci mangi se è un fine, la creazione di un prodotto estetico e gradevole. Un capolavoro in un museo fa cassa, in salotto no. Coi film di Zalone ci mangiamo, con molti altri gli paghiamo noi la cena.

Questa vita da ricchi poteva anche reggere, prima della globalizzazione, quando ognuno si dava le proprie priorità dentro un perimetro chiuso. Ma nel villaggio globale si gioca tutti la stessa partita: se è tressette, è tressette per tutti. Non puoi dire: no grazie, io gioco a briscola. Che è invece proprio l'errore di questa Europa e di questa Commissione, centrata sul proprio ombelico.

E poi, c'è l'anomalia Stati Uniti: ricchi e forti insieme. Nel 1970 erano 200 milioni e già molto ricchi, oggi sono 350 milioni. L'America non è un Paese come gli altri, dove nasci. È un campo di gara dove vai a vivere se vuoi competere, se vuoi giocarti le tue carte.

È ricco, sì, ma vuole competere e crearne ancora. Per questo non ci piace. E tu, nella gara della vita, su quale cavallo punteresti i tuoi soldi: l'asiatico, l'americano o l'europeo? Perché alla fine tutto si riduce a questo.

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