"I test sui vaccini? Sugli africani" E scatta la rabbia dei calciatori

E Pechino offre altri aiuti al Continente nero

L'Africa diventa un osservatorio del Covid-19 e le notizie non sembrano essere confortanti. Se alcuni virologi auspicavano la morte del virus a fronte di temperature elevate, nel continente resiste allo stress climatico. Lo dimostra il Burkina Faso, dove nonostante i 40 gradi registrati negli ultimi giorni nella capitale Ouagadougou, i contagi sono saliti a 850 con 72 morti. L'Africa conta 14mila casi accertati e un migliaio di decessi, anche se a quelle latitudini, in assenza di tamponi, i casi di coronavirus, scambiati per malaria, aumentano in maniera esponenziale.

In soccorso dell'Africa arriva la Cina, nazione che di fatto ha contribuito, e non poco, alla diffusione del virus per la mancata chiusura dei voli intercontinentali. Le attenzioni con cui Pechino si pone come partner privilegiato nella guerra contro il Covid-19 fa parte di una mirata strategia del presidente Xi Jinping di mettere sempre più le mani sull'Africa, per poter saccheggiarne le risorse naturali, conquistando gradualmente quelle che erano zone d'influenza occidentale. Vale la pena ricordare che negli ultimi quindici anni gli scambi commerciali tra l'Africa e la Cina hanno superato i 170 miliardi di euro. Gli investimenti cinesi nel continente nero hanno raggiunto i 6 miliardi di euro. Dati alla mano, un milione di cinesi vive soprattutto nei territori subsahariani e circa 50mila studenti africani frequentano le università cinesi.

Non è solo il governo di Pechino a muoversi in prima persona, ma lo fa spesso con atti di «filantropia» dei suoi tycoon. Il miliardario Jack Ma, fondatore di Alibaba, ha fatto arrivare ad Addis Abeba con aerei cargo della Ethiopian Airlines oltre 6 milioni di mascherine, 1 milione di test diagnostici e 40mila tute protettive contro il virus. Ingenti donazioni sono giunte anche da Ren Zhengfei, boss della Huawei, gigante delle telecomunicazioni, che ha fornito materiale sanitario a Tunisia, Sudafrica, Zambia e Kenya.

Sul virus sono intervenute tre stelle del pallone africano: Samuel Eto'o, Didier Drogba ed Emmanuel Adebayor. I tre calciatori hanno voluto rispondere a quella che è sembrata a tutti gli effetti un'uscita poco felice e al limite del razzismo da parte di Jean Paul Mira, capo del servizio di rianimazione dell'Ospedale Cochin di Parigi, e Camille Locht, direttore dell'Inserm, l'istituto di ricerca francese, che ipotizzavano sperimentazioni umane in Africa per cercare una cura al Covid-19. «Non siamo cavie, figli di p.... L'Africa non è e non sarà mai il vostro parco giochi», ha twittato Eto'o. «È assolutamente inconcepibile ciò che dobbiamo continuare a sopportare. L'Africa non è un laboratorio di test, non prenderete gli africani come cavie», ha aggiunto Drogba. Per Adebayor si tratta di «un complotto abominevole. I nostri politici hanno il dovere di proteggere la popolazione da tentativi che somigliano a certe pratiche perpetrate dai nazisti».

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