Le Ong fanno le vittime: "Ecco perché mentono"

Dopo le richieste avanzate dalle Ong al Viminale, è arrivato il momento di fare chiarezza su alcune pretese impossibili

Le Ong fanno le vittime: "Ecco perché mentono"

Gridare alla criminalizzazione del loro operato per provare ad avere un ruolo determinante nella gestione del fenomeno migratorio nel Mediterraneo: è questa la strategia messa in campo anche nelle ultime settimane dalle Ong. Nei giorni scorsi la nave Sea Eye 4 è stata ad esempio raggiunta da un nuovo provvedimento di fermo amministrativo e Luca Casarini, capomissione della Mare Jonio, ha subito puntato il dito contro il governo: “È chiaro che il Comando delle Capitanerie di porto – ha dichiarato – riceve ordini in questo senso dal governo”. Ma le cose non stanno così. E dalla stessa Guardia Costiera spiegano il perché.

Le Ong escono allo scoperto

Il 28 maggio scorso la nuova puntata della strategia delle Ong ha avuto luogo al Viminale, dove si è tenuto un incontro con il ministro Luciana Lamorgese. Qui, i rappresentanti delle organizzazioni hanno messo mani avanti mischiando il mazzo delle carte in tavola davanti la padrona di casa. Sulla scrivania sono state lasciate una serie di proposte per la tutela della loro attività che consiste nel transitare a largo delle coste libiche, raccogliere i migranti in navigazione e portarli in Italia come taxi del mare. La nostra Nazione, pur non essendo l'unica europea ad affacciarsi nel Mediterraneo, da diverso tempo è divenuta il luogo in cui le imbarcazioni delle Organizzazioni Non Governative “scaricano” gli stranieri. Un meccanismo consolidato nel tempo che assume erroneamente i connotati di una prassi.

Ed ecco che è stato chiesto un maggiore impegno all’Italia "di istituire un efficace sistema di ricerca e soccorso che abbia come scopo primario quello di salvaguardare la vita umana nel Mediterraneo”. Criticando anche le scelte di cooperazione del governo di Roma con la Libia, pur non avendone titolo e competenza, i rappresentanti delle Ong hanno chiesto al ministro “di riconoscere le organizzazioni umanitarie”. Ma ciò non è bastato, perché altro obiettivo per le delegazioni è stato quello di apparire come organizzazioni bersagliate dai provvedimenti di fermo amministrativo: hanno infatti chiesto la rimozione dei provvedimenti sulle navi ancora bloccate.

“Nei porti italiani ci sono tante navi oltre le Ong in stato di fermo amministrativo”

Abbiamo chiesto- si legge in una nota delle Ong - alla ministra di riconoscere il ruolo delle organizzazioni umanitarie, colpite dalla criminalizzazione, liberando le nostre navi ancora sotto fermo". Una richiesta che non può essere avanzata in questi termini perché significherebbe rivoluzionare il sistema normativo italiano e comunitario. Le norme ci sono, vanno rispettate da tutti e, di conseguenza, le violazioni, prevedono per tutti le stesse sanzioni. Sabato un nuovo fermo amministrativo ha raggiunto la nave Sea Eye 4, dell'omonima Ong tedesca. Luca Casarini, capomissione di Mare Jonio, ha rincarato le polemiche: “Ancora una volta una nave del soccorso civile, dopo aver onorato quella legge del mare e quelle Convenzioni internazionali che impongono di soccorrere chi chiede aiuto nel Mediterraneo, è sottoposta a pretestuosi quanto arbitrari controlli che la bloccano in un porto – ha dichiarato Casarini all'AdnKronos – È chiaro che il Comando delle Capitanerie di porto riceve ordini in questo senso dal governo”.

A chiarire su IlGiornale.it come si svolgono le attività di controllo delle imbarcazioni che sostano nei porti italiani è una fonte della Guardia costiera: “Il fermo amministrativo – ci dice la fonte - è un’attività che la Capitaneria di porto e la Guardia costiera svolgono ai fini della sicurezza della navigazione. Nello specifico vengono effettuati due controlli. Il primo nei confronti delle Unità che battono bandiera italiana in merito alle certificazioni che le navi devono avere per navigare e svolgere le funzioni per le quali sono state dichiarate idonee. Il secondo controllo viene svolto nei confronti delle navi battenti bandiera straniera che fanno scalo nei porti italiani".

L'esperienza del 2020 insegna: "Lo scorso anno – prosegue la fonte - abbiamo ispezionato più di 1200 navi battenti bandiera estera. Almeno 60 sono state fermate e non sono state tutte Ong. Quindi non c’è alcun ostracismo verso le imbarcazioni appartenenti a queste organizzazioni”. La Commissione europea ha emesso una specifica raccomandazione affinché le Unità civili delle Ong che svolgano attività di ricerca e soccorso in mare siano certificate per lo svolgimento di quelle funzioni. “Alcuni Stati – spiega la fonte - si sono adeguati come Spagna e Norvegia. Altri, in particolare la Germania, non lo hanno fatto. Ad oggi la situazione è che ci sono Ong certificate e altre no”.

Sea Watch 4

La posizione di Luciana Lamorgese

Il titolare del Viminale ha fatto intendere di aver recepito o quanto meno compreso le istanze delle Ong. Del resto l'iniziativa dell'incontro è stata proprio sua: “Io ho già ricevuto tutte le Ong – aveva annunciato Luciana Lamorgese lo scorso 19 maggio durante l'audizione al comitato parlamentare di controllo sull'attuazione di Schengen – e credo che la prossima settimana le riunirò ancora”. Da qui una posizione non certamente contraria alle Ong, circostanza quest'ultima stigmatizzata da alcuni esponenti della maggioranza ed etichettata come un segnale di debolezza: "Il comportamento del ministro dell'Interno – ha dichiarato su IlGiornale.it il docente della Cattolica Vittorio Emanuele Parsi – trova base probabilmente sulla necessità di lavorare su due binari: da un lato cercare la solidarietà europea, dall'altro evitare nuovi morti in mare”. Anche perché, sempre secondo Parsi, ci si sta avviando verso una stagione contrassegnata da un gran numero di partenze soprattutto dalla Libia: “Tante partenze equivalgono a tanti morti, più si parte e più cresce il numero delle persone che muoiono in mare – ha aggiunto il docente – in questo senso il ministro ha preferito scegliere la via del dialogo con chi materialmente sta in mare”. Una soluzione che sotto il profilo politico potrebbe generare problemi: “All'interno dell'attuale maggioranza ci sono più anime – ha dichiarato Parsi – l'iniziativa della Lamorgese non è piaciuta alla Lega e potrebbe generare in futuro ulteriori tensioni”.

Luciana Lamorgese

“Dal consiglio europeo di giugno non uscirà nulla di nuovo”

Il primo binario di cui ha parlato il docente, ossia quello relativo alla solidarietà europea, per l'intero governo di Mario Draghi rappresenta un'incognita. Lo stesso ministro Lamorgese, nell'audizione del 19 maggio scorso dinnanzi al comitato di controllo Schengan, ha espresso perplessità sui piani dell'Ue sull'immigrazione: “Dubito però che al prossimo consiglio fissato a giugno – ha evidenziato Vittorio Emanuele Parsi – possa uscire qualcosa di nuovo. Di sicuro non saranno approvati quegli automatismi nella redistribuzione da tempo chiesti dall'Italia”. Uno scetticismo giustificato dalla storia recente, con Bruxelles costantemente divisa sul tema e spesso rimasta immobile alle richieste di solidarietà da parte del nostro Paese.

L'unica speranza, secondo il docente, nel medio periodo è data dal senso di responsabilità che prima o poi dovrà emergere in seno ai partner europei: “Forse a giugno verrà fatto qualche passo in avanti politico – ha aggiunto – ma cambierà poco. Nel proseguo dell'estate però la pressione migratoria sarà tale da richiamare tutti alle proprie responsabilità”. L'unico elemento certo al momento è dato dalla concreta possibilità di assistere a un'estate calda sul fronte migratorio.

La rotta libica nel 2021 è tornata a preoccupare come negli anni pre Covid e i numeri appaiono impietosi: dal primo gennaio al 4 giugno sono 14.999 i migranti sbarcati in Italia, a fronte dei 5.461 dello stesso periodo del 2020.

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