Incognite e stabilità

Incognite e stabilità

Se spogliandosi di pregiudizi e faziosità si esaminassero le possibili candidature al Quirinale, si scoprirebbe che due nomi più di altri potrebbero garantire stabilità al sistema: Mario Draghi e Silvio Berlusconi. Il primo perché gode di prestigio internazionale, il secondo perché ha riacquistato centralità nello scenario politico italiano. Inoltre i due personaggi, se si ha un minimo di onestà intellettuale, sono sempre stati legati da un filo comune in questi anni: il Cav favorì la nomina di Draghi come governatore in Bankitalia, andando allo scontro con Giulio Tremonti; anche l'avvento dell'attuale premier al vertice della Bce fu il risultato di un duello epico di Berlusconi con Angela Merkel; inoltre, il leader di Forza Italia è stato, neppure un anno fa, uno dei fautori dell'attuale governo e ancora ieri ha rilanciato il ruolo dell'ex governatore Bce e accettato l'idea di un patto per approvare la legge di bilancio. Il Pd di Enrico Letta, ora più realista del re nel rapporto con Draghi, ha invece subìto la nascita di questo esecutivo perché aveva sposato la linea «o Conte, o morte».

Questa è la storia. Ora, sono legittime le ambizioni di Draghi e, in fondo, ci possono anche essere ragioni per motivare il suo approdo al Quirinale; l'unica che però si scontra con il buonsenso è quella che considera questa soluzione un elemento di stabilizzazione del quadro politico, perché l'ipotesi Draghi sul Colle stabilizza sì il sistema, ma non il governo. Semmai può offrire un'ancora di salvezza al Pd che non ha un candidato competitivo per la presidenza della Repubblica: venuta meno la conferma di Mattarella, il partito di Letta è in piena confusione, deambula fra la trovata di giocare la carta Paolo Gentiloni per stringere di più l'alleanza con i 5stelle offrendo a Giuseppe Conte il posto nella Commissione Europea o, ancora, l'ipotesi dell'attuale premier che, però, come si è detto, metterebbe a rischio la legislatura.

Quindi Draghi, con le sue incognite, o Berlusconi. Tutte le altre opzioni, se la politica ha una ratio, sono campate in aria, sono velleitarie o fuori dalla realtà: eleggere, ad esempio, la Severino a pochi mesi da un referendum contro una legge che porta il suo nome sarebbe paradossale; come pure portare a Palazzo Chigi il ministro dell'Economia Franco per permettere a Draghi di andare al Quirinale, significherebbe mettere due uomini di Bankitalia ai vertici delle istituzioni, in sintesi il commissariamento della politica. Infine, per dirla tutta, questa corsa al Colle, con i suoi veleni, dimostra che il Paese ha un bisogno vitale di pacificazione e le paci le firmano i generali che hanno combattuto la guerra, si chiamino Berlusconi o Prodi, e non i colonnelli o peggio sottufficiali.

P.s. Una settimana fa scrissi che l'assalto a Matteo Renzi era un modo per dividere il suo partito, che ha voti decisivi per il Quirinale. Oggi tutti parlano di una «scissione» in Italia Viva. Gli annali della Repubblica annoverano tanti episodi simili. In passato c'erano periodici, screditati dagli organi di stampa nazionali, che si cibavano di veline dei «servizi» per colpire questo o quel personaggio politico (neppure Aldo Moro fu risparmiato). Oggi, invece, testate osannate in certi ambienti usano verbali di inchieste in cui non si ravvedono reati per colpire un candidato o un leader determinante nella corsa al Quirinale. Se non è zuppa, è pan bagnato. È il segno dei tempi.

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