Mattinata difficile per i progressisti nostrani dall'attivismo altamente selettivo. A un risveglio istituzionalmente emozionato dal rilascio di Alberto Trentini dalle carceri venezuelane, violente tachicardie seguite da mancamenti devono averli colti quando, afferrato lo smartphone e fiondatisi sull'ormai muskizzato twitter, hanno drammaticamente trovato in tendenza la keyword "Grazie Trump".
Occhi sgranati, tremori freddi, imbarazzo generale. E la domanda: e ora che si fa? Imbarazzo totale. Problema numero uno: come gioire, senza cadere in imbarazzanti cortocircuiti, per la liberazione dell'italiano incatenato per oltre un anno da un regime, quello di Maduro, che molti di loro si sbracciano ancora a difendere? Problema numero due, di risoluzione ben più difficile del primo: come farlo senza mettere nero su bianco i nomi di chi l'ha reso possibile, ovvero il Donald mondiale e la sua alleata Giorgia? I più deboli, probabilmente, qui sono stati presi da un secondo, anche se più contenuto, mancamento. Poi, una volta tornati in loro, hanno stretto i denti, chiuso un occhio (forse entrambi) e hanno fatto il possibile per non suicidarsi (politicamente). Al che hanno partorito post di circostanza col convitato di pietra della Casa Bianca che pesava tra le righe. Non c'è che dire, sono settimane difficili per i fan dei diritti umani a targhe alterne. Dopo un anno e passa di piazze proPal contro Israele ma mai contro Hamas, ecco i progressisti nostrani brancolare nelle nebbie padane quando dovrebbero far sentire la loro voce per sostenere il popolo venezuelano e quello iraniano. Sul regime degli ayatollah silenzi imbarazzanti.
Su Maduro ancora peggio: caroselli in difesa del "presidente eletto" e sit in contro l'imperialismo statunitense. E ora che Trentini è tornato libero, chissà come glielo spiegano che in Italia c'è chi scende in piazza per difendere il suo carceriere.