"Io, in fuga da Mosul per sfuggire ai killer dell'Isis"

Parla un giovane iracheno che si è rifugiato ad Ankara: volevano uccidermi per una critica

"Io, in fuga da Mosul per sfuggire ai killer dell'Isis"

Berlino - Secondo l'Onu sono almeno 900 i civili fuggiti da Mosul verso la Siria, lontano dalla battaglia fra lo Stato islamico e la coalizione internazionale. Eppure c'è anche chi guarda alla seconda città dell'Iraq nella speranza di rientrare. Fra questi c'è Mohammed Y., giovane iracheno che da Mosul è scappato due anni fa.

«Un mese e mezzo dopo la loro presa del potere, ho avuto una discussione con un esponente dello Stato islamico. Lui sosteneva che gli sciiti andassero eliminati a tutti costi, mentre io insistevo che non abbiamo diritto di uccidere alcuno. Poco dopo un mio conoscente vicino all'Isis mi ha consigliato di scappare prima che facesse buio. Ho lasciato la mia famiglia alla volta di Erbil, nel Kurdistan iracheno, e poi da lì sono arrivato ad Ankara». Nella capitale turca Mohammed segue un master in Economia aziendale. Mesi fa il giovane ha visto alcuni dei suoi amici arruolarsi col Califfo. «Qui ad Ankara un mio amico ingegnere scappato con me da Mosul postava sempre su Facebook contenuti pro-Isis. C'è chi ha reagito sfidandolo: Se ti piace tanto perché non vai lì?. Lui ci è andato passando dalla Siria. Dopo una ventina di giorni ha cominciato a denunciare la corruzione all'interno dello Stato islamico o come questo paghi molto di più i foreign fighters dei locali. Lo hanno fatto sparire».

A un occidentale riesce difficile capire come ragazzi con un'educazione elevata possano unirsi all'Isis. «I più sono gente semplice ma i ragazzi di buona famiglia non mancano», osserva Mohammed. Nei mesi precedenti all'avvento del Califfo, ricorda, il governo dell'ex premier sciita Nuri al-Maliki aveva inviato i militari a Mosul per liberarla dai fondamentalisti. «Bastava avere un pezzetto di terra adibito a parcheggio che subito gli islamici ti chiedevano 300 dollari al mese per non farti saltare in aria. Che cosa è cambiato con l'arrivo dei militari, al 95% sciiti del sud? Che i 300 dollari adesso li dovevi a loro».

Nelle vessazioni anti-sunnite coperte dal governo, Mohammed vede il motivo per cui tanti giovani hanno giurato fedeltà all'Isis. «Allora si chiamavano Forze islamiche a Mosul; il loro lavoro era interferire con le istituzioni e chiedere il pizzo ai cittadini».

Oggi Mohammed non ha più contatti diretti con la sua famiglia, della quale ha notizie solo grazie a intermediari. «Se l'Isis ti trova con un cellulare, se usi Internet o WhatsApp vieni ucciso sul posto». È come l'Afghanistan dei talebani? «No, è molto peggio - risponde -. Se fumi una sigaretta, ti tagliano le dita. Se fai una foto, ti sbattono in carcere da dove scompari nel giro di una settimana. Se è l'ora della preghiera e ti attardi fuori dalla moschea, ti frustano. Per uscire di casa mia madre deve coprirsi da capo a piedi, e lo deve fare con molti strati. Un burqa non basta. E questo vale per qualunque femmina dagli otto anni in su».

Della sua città Mohammed ricorda la diversità culturale e religiosa. «Prima dell'arrivo del Califfo, a Mosul c'erano molti cristiani, fra i quali i miei migliori amici, e tanti yazidi, sciiti, curdi. Lo Stato islamico li ha spogliati di tutto e cacciati nel giro di 24 ore». Oggi il giovane guarda con apprensione alla battaglia per liberare la sua città. «Sono sempre stato contro la violenza, ma dopo aver perso tanti amici e tutte le cose belle che avevo nella vita adesso penso solo alla vendetta. E sarò felice per ogni membro dell'Isis che sarà ucciso».

Solo una prospettiva lo spaventa di

più dell'Isis: che la coalizione anti-Califfo lasci entrare in città le milizie sciite indipendenti dal governo di Bagdad, quelle cioè guidate dai leader sciiti iracheni manovrati da Teheran: «Sarebbe una guerra civile».

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