"Io nel mirino dell'Isis". Ma il Dap non gli crede. Battisti resta a Rossano

L'ex Pac voleva lasciare la cella di massima sicurezza. Resta "in compagnia" dei jihadisti

"Io nel mirino dell'Isis". Ma il Dap non gli crede. Battisti resta a Rossano

Si era inventato anche questo: di essere nel mirino dei terroristi islamici, per essersi schierato contro l'integralismo ai tempi in cui era latitante in Francia e coccolato dagli intellò della sinistra al caviale. Per questo Cesare Battisti, il pluriomicida dei Proletari armati per il comunismo, aveva chiesto di essere spostato dal carcere di alta sicurezza di Rossano, in Calabria: all'interno della struttura sono presenti infatti anche detenuti accusati di legami con l'Isis. E secondo la tesi di Battisti, all'ora d'aria avrebbe rischiato di fare una brutta fine.

Le paure dell'ergastolano non sono state prese sottogamba: il Dap, la direzione delle carceri, ha chiesto sia alla Procura nazionale antimafia sia alla Procura di Milano conferma dei rischi che Battisti correrebbe a contatto con i jihadisti. Nei giorni scorsi è arrivata la risposta, dopo che il pm milanese Alberto Nobili, capo del pool antiterrorismo, aveva verificato le affermazioni del detenuto con i colleghi transalpini. Responso: non c'è nessuna traccia di odio e neanche di contrapposizione tra Battisti e gli ambenti dell'integralismo islamico in terra di Francia.

Morale della favola: Battisti resta chiuso a Rossano, in compagnia dei fanatici della jihad. D'altronde, si sono detti al Dap, l'odio verso lo Stato italiano più che dividerli dovrebbe accomunarli. Lui, Battisti, la prende malissimo: al punto che ieri, quando nel carcere calabrese arriva in visita il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, si rifiuta sdegnosamente di riceverlo, salvo poi ripensarci a accettare l'incontro. Ma uno dei suoi legali, Gianfranco Sollai, prende di mira ministero e Dap: «Qualora ci fossero problemi per l'incolumità di Battisti o anche solo tensione in carcere, è evidente che le loro responsabilità sarebbero ancora maggiori, visto quanto è stato stabilito nonostante sia stato esplicitato dal detenuto che ci sono state minacce passate e presenti nei suoi confronti».

In realtà, la presunta ostilità degli islamici nei suoi confronti era solo l'ultimo appiglio trovato da Battisti per quello che è il suo obiettivo dal momento dell'estradizione: uscire dal circuito dei carceri ad alta sicurezza, finire tra i «comuni» in un carcere possibilmente a Milano, vicino a parenti e compagni. E da lì sperare prima o poi di accedere ai permessi.

La sua richiesta di essere «declassificato», cioè considerato non pericoloso, era però stata respinta dal Dap: le evasioni e i quarant'anni di latitanza dimostrano a sufficienza che Battisti è un detenuto a rischio. L'unico risultato era stato il trasferimento dal carcere sardo di Oristano, dove era stato portato al rientro in Italia, a quello di Rossano: dedicato soprattutto ai detenuti del livello As2, la seconda fascia dell'alta sicurezza. A Rossano, come da prassi, al suo arrivo Battisti era stato messo in quarantena anti-Covid. Ma nei giorni scorsi, scaduto il periodo di isolamento, aveva rifiutato di riunirsi al resto dei detenuti. Ed era saltata fuori la storia delle minacce islamiche.

Nei giorni scorsi, lo staff legale del killer dei Pac aveva annunciato persino un ricorso al Presidente della Repubblica «affinché nell'interesse dell'onore dell'Italia» verificasse il rispetto dei diritti del detenuto. Al quale nel carcere di Rossano verrebbe tra l'alro vietato l'uso del pc che gli era invece consentito a Oristano, tanto è vero che ha terminato la stesura di un nuovo libro».