Gli ipocriti anti condono

Quanta confusione tra vittime e carnefici

Gli ipocriti anti condono

Sei tra quelli che sui social si indignano per il condono, giurando che d'ora in poi anche tu non pagherai le tasse? Provaci davvero a vivere per un giorno nel mondo degli «evasori». Inizia studiando la comoda guida in dieci pagine su «come si conserva la fattura elettronica», l'ultimo adempimento in arrivo per le partite Iva. Poi pensa come sarebbe la vita se invece di avere un ufficio che ti conteggia e accredita lo stipendio dovessi studiare queste e tante altre regole per ricevere il compenso che ti spetta. Naturalmente, se sbagli una virgola, inciampi in un comma, tra due anni riceverai una cartella esattoriale con un importo moltiplicato rispetto a quello «evaso». Certo, potevi rivolgerti a un commercialista. Che però ti chiederà sette volte l'importo che chiede a un dipendente per fare il 730. Anche se guadagni la metà del dipendente. Circostanza non così impossibile vista la crisi di tanti settori imprenditoriali. E bisogna tenere conto che tra le partite Iva ormai ci sono anche milioni di giovani impegnati in lavori che di autonomo hanno ben poco. Il fisco non fa figli e figliastri, il trattamento è lo stesso, iniquo e farraginoso per tutti. Stanco di queste fatiche, magari la sera per non pensare a quanto ti girano accendi la tv e guardi un bel talk show in cui si parla di chi aderirà ai condoni come «furbetti». A Dimartedì, su La7, il vice direttore di Repubblica Sergio Rizzo non ha esitato a includere nella categoria perfino i dieci milioni di persone che potrebbero beneficiare del saldo e stralcio delle cartelle sotto i mille euro, ignorando l'ovvia spiegazione che quelle cartelle risalenti a dieci, quindici anni fa non sono state riscosse perché evidentemente è impossibile e anti economico: costa di più continuare a fingere che si possano incassare che non gettarle nel cestino. Ma il disprezzo per i «condonati», che va a braccetto con la diffidenza verso la libera impresa che ha contagiato mezza Italia, non è una novità. E in queste ore sta riemergendo con la solita ingiustificata violenza. Si mescola la giusta critica contro l'ipocrisia a Cinque stelle di chi malediva i condoni precedenti e ora ne vara di nuovi, salvo poi inventare scuse sotto forma di «manine», alla vecchia e ideologica condanna morale contro le partite Iva, bollate come furbetti a prescindere. A prescindere anche da un banale confronto con la realtà di un fisco ingiusto e predatorio. L'ipocrisia è tale che gli stessi pronti a protestare la propria purezza fiscale («e io che ho sempre pagato tutto?»), poi raccontano di essere stati perseguitati da una cartella pazza, infettati da effetti collaterali della cedolare secca, resi folli dal vano tentativo di ragionare con un impiegato dell'Agenzia delle Entrate. Perché, al di là del livello impossibile della pressione fiscale che ci opprime, la ragnatela di regole tessute dalla Repubblica degli esattori è una trappola in cui prima o poi inciampa chiunque. Possibile che si ignori la logica conclusione che se milioni di persone sono imprigionate in contenziosi con l'Agenzia delle Entrate, forse il malato è il fisco, non il contribuente? Il condono, certo, è solo una cura palliativa. Ma necessaria finché non ci sarà qualcuno capace di applicare una terapia vera. Ed è in malafede chi sostiene che per non avvantaggiare un furbo veri bisogna colpire cento vittime di regole perverse.

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