Le guerre oggi non si combattono più solo per cielo e per terra, ma sui mercati. Anche, e soprattutto, quelli non controllati. E la guerra in Iran non è un'eccezione. Pochi minuti dopo il lancio di missili sul suolo iraniano il 28 febbraio, i monitor della blockchain hanno rilevato le onde d'urto nei mercati delle criptovalute. I prelievi dalle piattaforme di scambio di Bitcoin e Ether sono aumentati bruscamente, in particolare da Nobitex, la più grande del paese. Secondo Chainalysis, le uscite sono aumentate di circa l'873%, molto oltre ciò che è considerato una volatilità normale.
Dietro questi numeri si nascondono due realtà speculari, ma distinte. Da un lato c'è la fuga difensiva dei capitali privati: in un momento di crisi, il Rial (la valuta nazionale) subisce svalutazioni repentine. Per il cittadino comune, convertire i propri risparmi in cripto e spostarli su un cold wallet (un portafoglio privato non controllato da terzi) non è un investimento speculativo, ma una vera e propria strategia di sopravvivenza per sottrarre il proprio patrimonio al rischio di sequestri o al collasso del sistema bancario locale.
Dall'altro lato, però, emerge la dimensione geopolitica del regime. Se per il cittadino la cripto è uno scudo, per i Pasdaran è una spada per colpire i mercati aggirando le sanzioni. Secondo le stime di Chainalysis, questo ecosistema d'ombra ha raggiunto il valore monumentale di 7,78 miliardi di dollari nel 2025. Per dare una prospettiva, tale cifra è pari al Pil di paesi come le Maldive o il Liechtenstein.
Non si tratta di una novità isolata: la piattaforma Nobitex ha registrato picchi sistematici durante ogni scontro militare o disordine interno, fungendo da valvola di sfogo per un'economia isolata dal circuito Swift. Anche i ricercatori di Elliptic hanno confermato questa tendenza, rilevando che i deflussi da Nobitex hanno toccato un picco di 2,89 milioni di dollari in una sola ora (tra le 11 e le 12 di sabato), un valore otto volte superiore alla media del giorno precedente. In totale, il weekend di tensioni ha visto defluire oltre 10,3 milioni di dollari dagli exchange iraniani.
Questa infrastruttura digitale non serve solo a spostare denaro, ma è sospettata di alimentare l'industria bellica stessa. In passato, diverse intelligence hanno segnalato come le criptovalute siano state utilizzate per regolare i pagamenti di armamenti prodotti in Iran, creando un circuito finanziario fantasma dove il tracciamento delle transazioni si scontra con la natura decentralizzata della blockchain.
Ma non solo, il mondo delle criptovalute è anche legato alla guerra in Iran per un'altra ragione. Mentre Stati Uniti e Israele si preparavano a colpire l'Iran, su Polymarket (ndr mercato predittivo basato sulle criptovalute) si muovevano centinaia di milioni di dollari in scommesse sulla data degli attacchi. Il dato che colpisce è il volume: 529 milioni di dollari, trasformando così il mercato in un termometro speculativo del conflitto. Le guerre, in quest'ottica, non vengono solo osservate da lontano, ma monetizzate.
A far nascere i sospetti sono soprattutto alcune operazioni particolarmente tempestive: sei account creati a febbraio avrebbero guadagnato circa 1 milione puntando sul 28 febbraio, con acquisti effettuati poche ore prima delle esplosioni.