"L'80% degli iraniani caccerebbe via questi delinquenti teologici" ha detto a giugno scorso il premier israeliano Benjamin Netanyahu, durante la guerra dei 12 giorni contro l'Iran e il suo sistema missilistico e nucleare, precisando che l'operazione militare non era diretta contro il popolo iraniano, ma solo contro il "regime malvagio e tirannico" degli ayatollah. Ora che il potere teocratico di Teheran vacilla sotto il peso delle proteste di piazza, Israele sa che è di nuovo nel mirino, più che mai in queste ore in cui il regime iraniano ha avvisato che, se gli Stati Uniti lo attaccassero, colpirebbe non solo obiettivi statunitensi ma anche lo storico nemico israeliano, regolarmente definito "l'entità occupante sionista" oppure "un cancro maligno da estirpare".
Non è un caso che da ieri Israele sia in stato di massima allerta. Durante gli ultimi 19 mesi, il Paese è finito nel mirino del regime di Teheran per tre volte. Il primo attacco della storia dal suolo iraniano risale ad aprile 2024, quando 120 missili balistici sono stati lanciati da Teheran, quasi tutti intercettati da Israele e alleati, senza fare vittime. Sei mesi dopo, nell'ottobre 2024, una nuova aggressione. Infine gli attacchi a ondate multiple nella guerra dei 12 giorni di giugno 2025, quando nonostante lo sbarramento dell'80-90% di oltre 500 missili balistici e mille droni, furono uccisi 28 israeliani. Per questo le Idf, le Forze di difesa israeliane, annunciano di essere pronte a rispondere a un'eventuale offensiva. Considerano le proteste anti regime una questione interna all'Iran, secondo fonti del Times of Israel, pur consapevoli che la fine della teocrazia cambierebbe il volto del Medioriente, come ha ammesso l'ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, convinto che la caduta del regime "decreterebbe la fine" dell'"asse del male": Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen.
"Potrebbe essere il momento in cui il popolo iraniano si assumerà la responsabilità del proprio destino" dice Netanyahu, mentre la rivolta vira in rivoluzione. Ma "le rivoluzioni - spiega Bibi - si fanno meglio dall'interno". Israele, insomma, pur esprimendo ammirazione per gli iraniani in piazza, non sembra per ora voler fare passi avanti eclatanti. Spera che il regime si sbricioli dall'interno, ma soprattutto nella nuova linea interventista della Casa Bianca. Fiducioso che, "libero dal giogo della tirannia, l'Iran possa tornare partner di Israele". Netanyahu conta nella forza della piazza e nella pressione, anche militare, di Donald Trump. Mentre il tycoon si prepara a nominare i membri del Consiglio di pace previsto dal suo piano per Gaza, funzionari arabi e israeliani riferiscono che le Idf avrebbero già elaborato nuovi progetti per un'offensiva sulla Striscia a marzo.
Uno scenario che dovrebbe avere però il via libera degli Usa, pronti a un intervento in Iran per ridisegnare il Medioriente. Intanto il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, candidato a guidare la transizione a Teheran, lancia segnali di pace: "Vogliamo stabilire buoni rapporti con Israele".