Leggi il settimanale

Italia e Ue "libere" da Mosca con gas e oro nero di Caracas

L'Opec lascia intatta la produzione temendo uno choc da offerta. Ecco come cambierà il mercato dell'energia

Italia e Ue "libere" da Mosca con gas e oro nero di Caracas
00:00 00:00

Ieri l'Opec+, il cartello dei principali Paesi produttori di petrolio (Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman), ha deciso di mantenere invariata la produzione a circa 33 milioni di barili al giorno. La possibilità di ripristinare l'offerta di ulteriori 1,65 milioni di barili al giorno sarà valutata nel secondo trimestre. La nuova variabile venezuelana è stata infatti decisiva per la scelta definitiva. Il cartello sa bene che Caracas, oggi marginale con meno dell'1% dell'offerta globale, rappresenta una mina potenziale per l'equilibrio dei prezzi che nel corso degli ultimi dodici mesi sono scesi di oltre il 20% (maggior calo dalla crisi Covid del 2020) con il Wti a 57 dollari e il Brent a 60 dollari.

Un ritorno graduale del Venezuela sui mercati, favorito dal cambio di regime e dal sostegno americano, potrebbe immettere nel medio periodo milioni di barili aggiuntivi, ridisegnando gli equilibri interni all'Opec+ e costringendo Arabia Saudita e alleati a una gestione molto più attenta delle quote. Il mercato osserva, ma non sottovaluta quello che potrebbe diventare uno dei più grandi shock di offerta degli ultimi decenni. Che, va detto, per l'Italia e per l'Europa sarebbe un'ottima notizia.

Il Venezuela detiene oltre 300 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate, circa il 17% del totale mondiale, concentrate soprattutto nella Fascia dell'Orinoco. Ai prezzi attuali, anche considerando gli sconti strutturali del greggio extra-pesante, il valore teorico supera i 15mila miliardi di dollari. A questo si aggiunge il gas naturale, con circa 5.600 miliardi di metri cubi di riserve, il più grande patrimonio dell'America Latina e uno dei primi dieci al mondo. Una ricchezza che, se messa a sistema, potrebbe avere un impatto diretto anche sui nostri mercati, offrendo una fonte alternativa e stabile per affrancarsi definitivamente dalla residua dipendenza dal gas russo.

Naturalmente non si tratta di un processo automatico: servono investimenti massicci, stimati tra i 100 e i 200 miliardi di dollari solo per riportare produzione e infrastrutture a livelli competitivi, e un quadro normativo radicalmente diverso da quello ereditato dal chavismo. Su questo punto Donald Trump è stato molto esplicito nella conferenza stampa di sabato scorso. I primi beneficiari del nuovo corso, infatti, dovrebbero i colossi statunitensi, da ExxonMobil a ConocoPhillips, estromessi dalle nazionalizzazioni dell'era Chávez e ora pronti a rientrare da protagonisti.

Questo non significa che l'Europa resterebbe a guardare. In Venezuela operano già gruppi come Eni e Repsol, oggi costretti a muoversi in un quadro difensivo fatto di licenze speciali e recupero crediti attraverso lo schema oil-for-debt. Una normalizzazione politica aprirebbe la strada a investimenti strutturali, soprattutto nel gas, dove la legge venezuelana consente una maggiore apertura ai capitali stranieri. Con nuovi impianti di liquefazione e una strategia orientata all'export di Gnl, Caracas potrebbe diventare un fornitore credibile per l'Italia e per l'Unione europea, sfruttando una vicinanza geografica che riduce costi e rischi rispetto alle rotte asiatiche.

Nel quadro europeo il regime change in Venezuela arriva proprio al momento giusto. L'Unione è passata in pochi anni da una dipendenza tossica, con il 45% del gas importato dalla Russia nel 2021, a una quota ormai ridotta a circa il 10-13% a inizio 2026, destinata ad azzerarsi con il bando definitivo già calendarizzato per il 2027. L'Italia ha fatto passi da gigante: dal 38-40% di gas russo si è scesi sotto il 3%, grazie ad Algeria, Azerbaigian e al Gnl americano e qatariota. Ma proprio per eliminare anche l'ultimo residuo di Gnl russo (negli altri Paesi Ue le triangolazioni spesso mascherano un import ancora massiccio) serve una nuova frontiera atlantica. Qui entrano in gioco Venezuela e Guyana, dove ExxonMobil guida lo sviluppo del giacimento petrolifero dell'Essequibo.

Un asse Usa-Guyana-Venezuela garantirebbe all'Europa forniture stabili e politicamente sicure, completando la diversificazione e togliendo definitivamente a Mosca una leva energetica, anche se serviranno anni e almeno 100 miliardi di investimenti per trasformare questa potenza latente in realtà.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica