Economia

In Italia la ripresa è già finita Turismo & C. in recessione

Male le aziende del terziario. Fa paura anche il crollo di Apple alla Borsa Usa, Piazza Affari cede l'1,5%

In Italia la ripresa è già finita Turismo & C. in recessione

E se un colpo mortale alla narrazione falsa e zuccherosa sulla ripresa a V, quella così energetica e muscolare da declassare il Covid-19 a rango di raffreddore, arrivasse proprio da Wall Street, lì dove è nata? Ieri le mille luci dei guadagni senza fine si sono improvvisamente spente. Soprattutto al Nasdaq. Dopo nove record consecutivi, il mercato hi-tech americano è crollato fino a un massimo del 5% trascinando in basso Apple, Amazon, Netflix e Microsoft, le sue regine. Per qualche analista si è trattato di un «momento Minsky», il crollo improvviso a seguito di una corsa al rialzo insostenibile alimentata da stimoli fiscali e monetari senza precedenti.

Gli scricchiolii che arrivano da New York hanno depresso l'Europa (-1,54% Piazza Affari), dove non si vede manco l'ombra di una ripresa economica. E dove nel terziario tira anzi aria di recessione nonostante il ricorso alla cassa integrazione, il rinvio dei rinnovi contrattuali e i licenziamenti.

È una sofferenza condivisa dal Vecchio continente, ma è l'Italia a figurare come l'anello più debole di una catena già spezzata dal Covid-19 e difficile da rinsaldare ora che i contagi vanno crescendo. Ormai certo che gli aiuti da Bruxelles, via Recovery Fund, arriveranno non prima del prossimo giugno, si cerca conforto nelle capacità taumaturgiche della Bce. Chiedendosi se l'istituto guidato da Christine Lagarde deciderà nella riunione del 10 settembre di dare un altro colpo d'acceleratore al Pepp, il piano d'acquisti per l'emergenza pandemica, anche allo scopo di raffreddare l'euro e accorciare la divaricazione della politica monetaria dopo il nuovo corso sull'inflazione adottato dalla Federal Reserve di Jerome Powell.

Speranze che vengono tuttavia inchiodate da numeri impietosi, come quelli diffusi ieri da Ihs Markit, l'istituto che ogni mese si prende in carico il compito di tastare il polso alle imprese. E l'indice Pmi servizi diffuso ieri raccontandoci per cifre una realtà ancora drammatica. Chris Williamson, capo economista di Ihs Markit, parla infatti apertamente di una recovery che «sta iniziando a vacillare» a causa delle misure di distanziamento sociale ancora in vigore come mezzo di contrasto alla pandemia.

Quelle stesse misure che hanno avuto l'effetto di un maglio piombato sul terziario e che l'Italia, con la sua fitta rete fatta di aziende radicate nel settore del turismo e nella ristorazione, ha finito più di altri per subire. Non a caso, in agosto, il Pmi è finito sotto quota 50 (a 47,7 dai 51,6 di luglio), a segnalare dunque una contrazione dell'attività complice l'ennesimo calo dei nuovi ordini e la forte riduzione della domanda estera dovuti alle forme di restrizione prese dai mercati principali.

È verosimile, in presenza di focolai di coronavirus in continuo aumento, che la situazione possa peggiorare nei prossimi mesi compromettendo il recupero che veniva prospettano nel terzo trimestre, dopo i miglioramenti visti fra giugno e luglio in seguito all'uscita dal lockdown. A fronte di questa perdita di vigore, Ihs Markit evidenzia «quanto sia importante che nei prossimi mesi, al fine di sostenere la ripresa, i responsabili decisionali tengano alta l'attenzione». E ciò vale per tutti, visto che è l'intera eurozona ad avere il fiato corto. L'indice Pmi composito della produzione è infatti calato a 51,9 punti in agosto rispetto ai 54,9 del mese precedente, mentre il comparto dei servizi flirta con la recessione anche in Spagna (47,7 punti) e qualche problema a tenere il passo della crescita si avverte pure in Germania e Francia. Poi, una volta agganciata la ripresa, si potranno anche seguire i consigli dell'Ocse che invita i governi a «costruire un'economia più sostenibile, con riforme sulle tasse ambientali e sulle politiche contro le disuguaglianze».

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