L'uomo solo al comando nell'emergenza resterà un precedente molto pericoloso

L'ex premier: "Il linguaggio da Grande Fratello non serve per la ripartenza"

L'uomo solo al comando nell'emergenza resterà un precedente molto pericoloso

L'atteggiamento pacato del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato molto apprezzato dalla popolazione, uno stile che trovo abbia aiutato a contenere i toni. Questo tipo di consenso altissimo durante la fase più dura della crisi, in Italia come negli altri paesi è stato un valore, nell'economia complessiva della fase politica che abbiamo vissuto. Immaginate cosa sarebbe potuto accadere se alle difficoltà della quarantena si fosse sommata una sfiducia crescente verso l'operato del primo ministro o se egli si fosse espresso nei termini negazionisti utilizzati per esempio dal presidente brasiliano Bolsonaro. Anche per questo, alla luce degli avvenimenti, penso di dover rivendicare un'altra mossa del cavallo, che, nell'agosto 2019, ha bloccato Matteo Salvini, allora lanciatissimo verso i «pieni poteri».

Abbiamo a lungo discusso di «poteri dell'uomo solo al comando» quando nel 2016 si è trattato di dibattere del superamento di una delle due Camere e dell'abolizione del Cnel. Allora sembrava di toccare punti inattaccabili del funzionamento democratico, ma la realtà ci ha drammaticamente messo di fronte all'evidenza che, davanti a un'emergenza, può bastare qualche decreto del presidente del Consiglio dei ministri per sospendere le libertà costituzionali di sessanta milioni di italiani. Stupisce che quanto avvenuto sia passato nel sostanziale silenzio di larga parte dei costituzionalisti che tanta retorica avevano speso contro il rischio di una deriva autoritaria ai tempi del referendum del 2016. Non possiamo dare per scontato che questa vicenda non costituisca un precedente tendenzialmente pericoloso, anche se sono assolutamente certo che una persona come Giuseppe Conte non abbia mai pensato, né possa in futuro pensare, di replicare i provvedimenti assunti nel pieno dell'emergenza.

Nei giorni infuocati dei dibattiti, a infiammarmi, è stato in particolare il tema delle libertà costituzionali, rispetto a cui non è mai ammissibile un «noi consentiamo», tipico delle Costituzioni octroyées. È il ribaltamento della realtà: sono le libertà costituzionali che rendono possibile, giustificano e alimentano il mandato della politica, non viceversa. Il nostro ruolo è a servizio dei cittadini, per loro mandato, che esercitano in virtù della Costituzione.

Un presidente del Consiglio non può avere occhi solo per gli indici di gradimento, deve guardare al numero dei posti di lavoro, al Pil, alle previsioni internazionali. Non è ammissibile un sistema che mira a mantenere il consenso con una diretta Facebook a settimana, che dribbla le procedure parlamentari rifugiandosi in una visione dello Stato paternalistica e irrispettosa delle libertà, né possiamo accettare l'approccio da Stato etico, che vuole misurare gli affetti in centimetri. Ai cittadini vanno date risorse, non limiti, la libertà che si riconosce alle persone adulte, non il paternalismo populista.

Considero, infine, positivo che vi sia stata un'ampia adesione alla retorica e alla narrazione che lo staff di Palazzo Chigi ha messo in campo. Il cedimento, evidente, verso forme demagogiche e qualunquiste si giustifica con l'eccezionalità del dramma vissuto e con una comunicazione istituzionale più simile a quella di una fiction a puntate con conferenze stampa settimanali finalizzate ad acquisire consenso più che a dare informazioni che a quella tradizionale di un governo in emergenza. Lascia l'amaro in bocca a molti puristi, ma ha raggiunto lo scopo di non creare tensioni sociali. Appartengo alla categoria di quelli che avrebbero preferito un altro stile e che non hanno apprezzato le scelte della comunicazione istituzionale di Palazzo Chigi, ma ne riconosco le ragioni e l'efficacia. È però arrivato il momento di un cambio di passo. Se a chiudere tutto riesce chiunque, per riaprire, ripartire, rifiorire sono necessari una capacità di visione e un coraggio che il governo deve mettere in campo, e le misure economiche che servono al paese non si possono raccontare con il linguaggio del Grande Fratello: ciò che funzionava in quarantena rischia di rivelarsi letale per la ripartenza.

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