"Posso solo dirti che il suo comportamento di allora non faceva minimamente presagire uno sviluppo del genere". Così un vecchio poliziotto racconta la saga di Carmelo Cinturrino, il poliziotto accusato di omicidio volontario per avere sparato a uno spacciatore di droga nel "boschetto" milanese di Rogoredo. Perché il vero mistero, ora che la ricostruzione dei fatti si fa implacabilmente precisa, è cosa abbia spinto uno sbirro tosto e operativo come Cinturrino - così lo descrive il suo collega di dieci anni fa - a trasformarsi in quello che ieri i suoi capi definiscono senza eufemismi "un balordo".
Uno capace di taglieggiare i pusher, di imporre la sua legge, di aiutare un clan contro l'altro, in un avvitamento di devianza di cui il colpo di pistola con cui il 26 gennaio ammazza Abdrehhaim Mansouri è l'apoteosi.
Per Cinturrino, le ore sembrano contate. Il castello di bugie che ha costruito dall'inizio, dai primi istanti dopo che il suo proiettile 9 parabellum aveva centrato Mansouri alla tempia (e già le foto del corpo raccontano di un colpo non frontale, come se lo spacciatore si fosse girato per andarsene) sta franando. La pistola a salve che viene trovata accanto al corpo di Mansouri, e che fin dall'inizio costituisce l'alibi di Cinturrino, e spinge molti a prendere le difese del poliziotto, l'ha piazzata sul luogo del delitto proprio lui, Cinturrino. Già ieri, quando si era appreso che uno dei colleghi della Volante interrogati dalla Squadra Mobile aveva raccontato di avere portato uno zaino nel "boschetto" di via Impastato su ordine di Cinturrino, l'idea che nello zaino ci fosse l'arma fasulla da usare per la messinscena aveva preso piede. Ieri si scopre che sulla pistola-replica non solo non ci sono impronte digitali di Mansouri ma nemmeno tracce genetiche: dei due Dna individuati dalla Scientifica, nessuno corrisponde al profilo del pusher. Insomma: Mansouri era uno spacciatore pregiudicato, un esponente di rilievo della famiglia che controlla il mercato dell'eroina nel famigerato "boschetto di Rogoredo" e non solo. Ma la sera del 26 gennaio, quando è apparso in via Impastato, era disarmato: non aveva nessuna pistola né finta né vera da puntare in direzione di Cinturrino e del collega che si trovava accanto a lui. Qualunque cosa abbia spinto Cinturrino a sparare alla testa di Mansouri non è stata la minaccia di un'arma.
Cosa manca a chiudere il cerchio? "Servono alcuni accertamenti tecnici", spiegano gli investigatori. Significa che la dinamica dei fatti è già sufficientemente chiara, e che per l'inevitabile passo successivo, ovvero l'arresto del poliziotto dal grilletto facile, si attendono solo alcune certezze ulteriori. Tutto sarebbe più complicato se sotto accusa fosse un servitore dello Stato dal passato immacolato. Ma immacolato Cinturrino non è, anche se una "manina" in tribunale ha fatto sì che il fascicolo dove doveva venire indagato per avere taroccato un verbale di arresto sparisse nel nulla. E poi ci sono le accuse che gli vengono lanciate addosso in queste ore dagli amici e colleghi della vittima, che lo dipingono come una sorta di aguzzino: interrogati dall'avvocato Deborah Piazza, legale dei familiari di Mansouri, i conoscenti del pusher ucciso avrebbero detto che Cinturrino avrebbe imposto un pizzo quotidiano tra i 200 e i 300 euro. Uno di loro ha raccontato di aver subito il taglieggio anche di "9 euro in moneta". Sono accuse che dai trafficanti di droga vengono lanciate spesso verso i poliziotti che danno loro la caccia, e sono quasi sempre calunnie.
Anche per Cinturrino vanno prese con le molle. Ma in questo caso potrebbero aiutare a capire perché, nel buio della notte milanese, il Serpico del Commissariato Mecenate abbia ucciso un uomo che conosceva bene. E che non lo stava minacciando.