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Inutile quasi un processo su due: più di 200mila imputati assolti

I numeri di Costa (Fi) sull'ultimo biennio: oltre 100mila persone l'anno alla sbarra per accuse infondate. Gli effetti positivi della separazione sull'udienza preliminare

Inutile quasi un processo su due: più di 200mila imputati assolti
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Conoscevamo già i numeri inquietanti delle persone finite in manette e poi assolte: circa mille l'anno, a spanne tre al giorno. Ora Enrico Costa, instancabile deputato di Forza Italia, ottiene dal Ministero della giustizia altre cifre drammatiche nella loro crudezza: le persone assolte nell'ultimo biennio nel nostro Paese solo nel circuito dei processi di primo grado sono 226.000. Ovvero, più di centomila ogni dodici mesi. Un'enormità. Più o meno la metà degli imputati.

Naturalmente, solo una parte di questo esercito ha affrontato le udienze in cella o agli arresti domiciliari. Sicuramente, c'è uno spicchio di popolazione carceraria che con l'assoluzione ha ritrovato anche la libertà, ma qui il problema è un altro, altrettanto se non più grave.

Troppi cittadini devono difendersi in tribunale da accuse che non hanno un fondamento solido. Solo che per dimostrare la propria innocenza devono attendere anni, devono affidarsi agli avvocati e intanto vivono vite in apnea. Magari perdono il lavoro, si trovano davanti a situazioni difficili, umilianti in famiglia, qualche volta convivono con la depressione o altre patologie subdole.

Siamo alla vigilia del referendum sulla separazione delle carriere e dunque il clima è esasperato, ma questo nulla toglie allo spessore della questione che emerge dalle aule di giustizia: si dovrebbe ridurre il numero di quelli che vengono scaraventati a processo e aspettano due, tre, cinque anni prima di vedere riconosciute le proprie ragioni. "Sono convinto - spiega Costa - che con un filtro affidato a un giudice forte e realmente libero già nella fase delle indagini, solo 50 o 60 mila di loro sarebbero arrivati a processo".

Tutti gli altri non avrebbero dovuto affrontare il dibattimento perché esiste già una norma chiara: si va a giudizio solo se esistono ragionevoli previsioni di condanna. Prima, prima della svolta impressa dalla Guardasigilli Marta Cartabia, le cose andavano in un altro modo: nel dubbio il giudice passava la palla al collega del dibattimento e il limbo giudiziario dell'indagato si allungava.

Ora le cose sono cambiate e il filtro dell'udienza preliminare, il diagramma che separa l'indagine dal processo, funziona molto meglio di prima ma , secondo il vicepresidente della Commissione giustizia della Camera, ci sono ancora ampi margini di miglioramento. Inutile aggiungere che la separazione delle carriere aiuta il completamento del percorso virtuoso e rende più netta e marcata la divisione fra l'accusa e il giudice.

Se pm e giudice sono contigui e ragionano nello stesso modo, allora tutti passano attraverso le griglie dell'udienza preliminare e finiscono a dibattimento.

Se invece il gip fa il suo lavoro di setaccio fino in fondo, allora molti procedimenti si fermano alla prima stazione e tanti indagati escono di scena subito, con un risparmio straordinario di tempo, emozioni e energie.

Era lo spirito con cui fu varato il codice di procedura penale nel 1989: un grande sbarramento, poi ridotto a colabrodo, pochi processi a viso aperto e semmai molti riti alternativi.

La storia ha preso un'altra piega, poi sono arrivati i correttivi e ora gli italiani hanno fra le mani l'opportunità di realizzare fino in fondo il modello alla Perry Mason immaginato alla fine degli anni Ottanta.

Non è facile rimanere lucidi fra appelli e contrappelli che si susseguono uno dopo l'altro, ma questa è la posta in gioco. Nel periodo 2023-2024 su circa 360 mila processi (con giudizi ordinari, immediati, abbreviati e altro) le assoluzioni toccano il 50 per cento dei processi, le condanne sfiorano il 42 per cento, il resto è un mix di verdetti altalenanti, definiti promiscui. Nel 2024-2025 prevalgono le condanne ma il testa a testa continua: 47 contro 44 per cento, più una quota modesta dei soliti promiscui. E le statistiche non tengono conto delle assoluzioni che arrivano in appello o in cassazione.

Nessuno naturalmente ha la

bacchetta magica e nessuna riforma può garantire a scatola chiusa standard più elevati. Ma la traiettoria è quella giusta per arrivare prima possibile a numeri più accettabili e meno angoscianti. Meno processi e più civiltà.

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