Elezioni politiche 2022

L'alchimia di Letta per tenere insieme la sua accozzaglia. Accordi separati con tutte le sigle

Dopo giorni di tira e molla, stringe il patto con sinistra e Ic. Ma Calenda ieri è rimasto in silenzio. Oggi sarà ospite della Annunziata

L'alchimia di Letta per tenere insieme la sua accozzaglia. Accordi separati con tutte le sigle

Per il segretario del Pd Enrico Letta era impossibile fare un accordo, allora ne ha fatti due, anzi tre con il patto stretto con Luigi Di Maio. «Accordi separati ma compatibili», spiega Letta in conferenza stampa con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, co-portavoce dei Verdi e segretario di Sinistra Italiana. «Questa intesa è compatibile con quanto negoziato martedì scorso», continua il leader dei dem, nel tentativo di tenere insieme i rossoverdi e Azione e Più Europa. Letta parla di un «perimetro complesso». «Oggi sigliamo questo accordo elettorale, collegato allo spirito della legge elettorale, averne significa orientare l'esito del parlamento, la solitudine delle nostre forze politiche porterebbe a una maggioranza a trazione delle destre», dichiara il segretario del Pd. «Regalare seggi a questa destra estrema non è accettabile, rispetto a ciò che sappiamo potrebbero fare. Costruire un fronte ampio è dirimente», aggiunge Bonelli. Anche Fratoianni richiama improvvisamente all'unità contro il centrodestra: «Chiedo se vogliono davvero essere governati da chi di fronte al dramma della diseguaglianza vuole la flat tax, da chi ha bocciato il ddl Zan, che pensa di trattare il fenomeno dell'immigrazione con il razzismo e la xenofobia». L'unico obiettivo è «evitare che l'estrema destra governi il Paese».

Letta è costretto a fare l'alchimista e tira fuori dal cilindro un accordo contorto che prevede la spartizione dei collegi uninominali per l'80% al Pd e il 20% a Sinistra Italiana e Verdi, scomputandoli dai collegi ceduti alle altre forze politiche, quindi dal 30% concesso ad Azione e Più Europa. Un'architettura complicata che porterà a una spartizione complessiva circa del 60% di uninominali ai dem, di un 15% ai rossoverdi e di un 25% a Carlo Calenda ed Emma Bonino. In serata arriva anche l'accordo con Impegno Civico di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. Al Pd andrà il 92% degli uninominali, a Ic l'8%. Con Di Maio che non dovrebbe essere schierato nel maggioritario.

Resta fuori dal «perimetro complesso» di Letta il M5s di Giuseppe Conte. Fratoianni, dopo l'incontro di vertice di Sinistra Italiana e la votazione degli iscritti, in mattinata aveva aperto all'inclusione dei Cinque Stelle all'interno del campo larghissimo dei progressisti. Il segretario di Si, dopo il summit con Letta e Bonelli, però ha dovuto cedere sul punto. «Il no al M5s è una scelta di coerenza», ribadisce il segretario dem. Verdi e Sinistra hanno anche accettato di rinunciare a schierare i due leader nei collegi uninominali. «Invito Calenda a prendere un tè, dialogare fa sempre bene», dichiara Bonelli dopo aver firmato con Letta «il patto per la Costituzione».

Nelle ore immediatamente successive al patto tra dem e «cocomeri», fa rumore il silenzio del solitamente verboso Calenda. Non un tweet, nemmeno un commento. Si attende l'ospitata dell'ex ministro a Mezz'ora in Più su Rai3, prevista per oggi. Tra i suoi le bocche sono cucite, ma non si escludono sorprese. «Siamo delusi, il patto tra Pd e Azione prevedeva una coalizione a due punte Letta-Calenda non a tre», dice al Giornale un influente deputato di Azione. Anche se Letta conferma la tenuta dell'accordo con Calenda: «Con Azione e Più Europa abbiamo siglato un patto di governo lungimirante». Il terzo polo è presidiato dal solo Matteo Renzi. In mattinata «fonti del Nazareno» attaccano il leader di Iv: «Oggi Matteo Renzi trova il tempo e l'audacia di dare lezioni al Partito Democratico. Quello stesso partito che, prima di scappare sulla sua personale scialuppa, da segretario ha tentato di affondare lasciando macerie, lacerazioni e un 18% da guinness dei primati negativi». Risponde sui social l'account ufficiale di Italia Viva, postando un video di una tigre che non riesce a prendere una papera: «Il Pd attacca violentemente Matteo Renzi. Noi facciamo politica e non viviamo di rancori personali: pensiamo che la strategia di Letta sia un regalo alla Meloni. Ma ne parleremo il 26 settembre. Per adesso buona campagna elettorale. Anche a chi ha gli #OcchiDiTigre».

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