Ecco il "porto franco" dell'immigrazione

Continuano gli sbarchi, tornano anche i barconi con più di 300 migranti a bordo: a Lampedusa situazione sempre più esplosiva, il governo prova a correre ai ripari ma potrebbe essere troppo tardi

Ecco il "porto franco" dell'immigrazione

Proteste, sbarchi, strutture di accoglienza al collasso: Lampedusa ha chiuso il suo agosto da incubo così come l'aveva iniziato. Tra nuovi barconi approdati dalla Tunisia e una popolazione in ginocchio a livello economico che riesce più a tirare avanti e che allora non può far altro che scendere in strada per farsi sentire.

E ieri la tensione sull'isola era ben palpabile. Si era prossimi a uno sciopero generale, poi revocato dopo le promesse giunte al sindaco Totò Martello da Palazzo Chigi. Ma la gente in strada è scesa lo stesso. E in alcuni casi è stato lo stesso primo cittadino il bersaglio delle proteste e di un'insofferenza incontrollata.

Vengono in mente le parole che proprio Martello ha pronunciato in un'intervista rilasciata a IlGiornale.it a giugno, quando ancora sul fronte sbarchi l'attuale emergenza era solo agli albori: “Qui a Lampedusa – sono state le sue parole – abbiamo tre emergenze: quella sanitaria, quella migratoria e quella economica. Si rischia la rivolta sociale”. A guardare la rabbia dei lampedusani, in effetti queste frasi sono risultate profetiche.

Emergenza immigrazione inarrestabile

Il nodo principale della questione è tutt'altro che vicino ad essere sciolto: i migranti stanno continuando ad arrivare, la tregua dovuta al mare mosso è soltanto illusoria. Nell'hotspot ci sono più di mille persone ospitate, la struttura è al collasso e dal Viminale si sta cercando di improvvisare una risposta. Entro mercoledì arriveranno altre tre navi dell'accoglienza, in totale saranno cinque comprendendo la Azzurra e la Aurelia già operative. È una vera e propria corsa contro il tempo: centinaia di migranti verranno trasferiti sulle navi, alleviando il peso sul locale hotspot, ma nel frattempo c'è l'altra grana relativa alla Sea Watch 4. Il mezzo dell'Ong tedesca potrebbe nelle prossime ore far sbarcare altri 370 migranti, forse da sistemare in una delle navi per la quarantena. Intanto si sta lavorando anche a livello diplomatico per il ricollocamento di alcuni di questi migranti in altri Paesi europei, ma anche in questo caso è una corsa compiuta in affanno volta a mettere delle toppe in una delle tante falle attuali del sistema di accoglienza.

Da Roma sperano nel giro di 48 di svuotare Lampedusa e far appianare la tensione di una popolazione sempre più insofferente. Ma non è semplice e non mancano molte incognite, a partire dall'alta probabilità che dalla Tunisia altre decine di barconi sono pronti a dirigersi verso l'isola. E poi c'è un'altra questione, sollevata da un investigatore su La Stampa, che riguarda il ritorno di barconi sovraccarichi in partenza dalla Libia. Tra sabato e domenica, in particolare, un mezzo con 400 persone a bordo è approdato dopo essere partito dalla città libica di Zuwara. Era da più di cinque anni che i trafficanti libici non usavano barconi strapieni di migranti per i loro traffici.

A confermarlo a IlGiornale.it è un membro della Guardia Costiera: “Soprattutto dal 2017 in poi abbiamo notato un cambio di strategia da parte degli scafisti – ha dichiarato il militare – Non più pescherecci colmi di persone ma gommoni e barconi con meno migranti a bordo”. Il perché è presto detto: “Da quando la Guardia Costiera libica ha i mezzi per intervenire e da quando nel Mediterraneo ci sono navi militari o umanitarie, conviene alle organizzazioni inviare piccoli mezzi non in grado di affrontare tutta la tratta ed essere poi individuati poco dopo la partenza”. Il peschereccio arrivato domenica potrebbe segnare una svolta, con il ritorno a mezzi più grandi. E non è una buona notizia: questo potrebbe voler dire più migranti sbarcati e più possibilità di morti nel Mediterraneo.

Timidi segnali da Roma

In tutto questo, da Roma un primo segnale è arrivato soltanto quando oramai anche sul fronte dell'ordine pubblico la situazione è in procinto di degenerare tra proteste e dimostrazioni di lampedusani sempre più esasperati. Mercoledì a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che ha personalmente chiamato a Martello, incontrerà il sindaco dell'isola e il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci. Sul piatto l'idea di fare di Lampedusa una sorta di “porto franco”: via alcune tasse, stop al pagamento di determinate imposte, maggiore sprono agli investimenti sul territorio. Non a caso mercoledì nella sede della Presidenza del Consiglio sarà presente anche il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Una misura, quella relativa al possibile porto franco lampedusano, pronta a essere inserita come emendamento in uno dei decreti in discussione in parlamento.

Ma potrebbe non bastare: “Abbiamo paura dei contentini – ha dichiarato al telefono un albergatore – Qui la stagione è stata distrutta, prima dal coronavirus e poi dagli sbarchi. Molta gente ha perso il lavoro, molti stagionati sono rimasti a casa, in autunno ci saranno famiglie a Lampedusa che non avranno da mangiare. Servono interventi strutturali, non timidi segnali”.

Molti abitanti dell'isola temono proprio questo: da Roma, una volta recepito il segnale di un'insofferenza sempre più marcata e che non produce, in vista delle regionali, uno spot positivo per il governo, si sta cercando di sedare la tensione sociale soltanto con qualche palliativo. Non erano pochi coloro che chiedevano ieri al sindaco di non andare nella capitale, di non prestarsi a possibili passerelle per l'esecutivo.

L'ultimo sole di agosto ha scaldato una Lampedusa allo stremo, un'isola sempre più specchio di un'Italia devastata economicamente dal Covid e incapace di porre un argine all'emergenza immigrazione. L'impressione è che la polveriera sociale lampedusana sia pronta ad esplodere, con la deflagrazione che potrebbe avere conseguenze politiche anche al di fuori dall'isola: “Qui siamo allo stremo – ha commentato un pescatore – L'arrivo dei gommoni con i migranti ha dato il colpo di grazia”.