L'anima di un bimbo dietro il genio schiavo della passione

Se qualcuno leggesse questa disperata letterina ignorando chi ne sia l'autore, probabilmente penserebbe ad un qualsiasi, comune innamorato. Un banalissimo «chiunque». Nessuno, in coscienza, potrebbe attribuire queste righe, sostanzialmente prive di valore letterario, e dominate soltanto da una bambinesca furia sentimentale, a Vladimir Majakovskij. Cioè al più grande e rivoluzionario poeta della Russia comunista. Cos'hanno a che vedere - infatti - questi accenti misti di candore e ingenuità, col cantore della virile rivoluzione proletaria? A parte un fugace passaggio, unica immagine poetica dello scritto (quel «guardo nel tuo armadio vuoto» che basta, da solo, a fotografare smarrimento e solitudine di chi scrive) il resto denota l'insofferente egocentrismo, la smania di porsi al centro di qualunque tipo d'attenzione, che è tipico dell'età puerile.

Il suicidio stesso, con cui Majakovskij pose fine alla sua vita invocando l'amata Lily ma davanti ad un'altra amante (Veronica Polonskaja) non è forse anch'esso l'ennesima, estrema forma di accattonaggio affettivo cui ricorre l'amante infelice? Il ménage à trois , che condivideva col marito consenziente di Lily, non poteva, evidentemente, soddisfare Majakovskij. A lungo andare chissà quante altre pistole, da quanti altri cassetti, avrà tirato fuori, pur di fare sua la donna di quel momento! L'ultima volta la tentazione di interpretare fino in fondo la scena, fino al suo epilogo, gli è stata fatale. Eppure, la bellezza di questa missiva sta proprio nel suo spudorato, disarmante infantilismo. Dietro ad un genio c'è spesso un bambino. E l'innamoramento è un'omologazione cui nessuno sfugge. Così perfino il genio, quando s'innamora, regredisce alla beata e insensata stagione dell'infanzia. La dismisura, impermeabile a qualsiasi ragionato buonsenso, lo intacca come il più comune degli umani. Egli non sa più mettere in campo gli strumenti della sua enorme esperienza, della sua superiore cultura; per colpire l'amata non sa ricorrere che alle strategie più elementari, agli spropositi più immaturi (quel «ti amo» ripetuto diciassette volte!).

C'è un'altra cosa che queste righe rivelano. Nonostante l'ideologia comunista, della quale fu proclamato ufficiale cantore e con cui lo si strumentalizzò, Majakovskij era soprattutto un poeta. Lo scandaloso triangolo di cui fu protagonista, e tutta la sua vita «maledetta», continuamente spinta all'eccesso, certo non potevano rappresentare un modello per un operaio delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. E il suicidio finale, poi (probabilmente inspirato a quello del poeta Esenin, come ci rammenta la splendida cronistoria dell'evento scritta da Serena Vitale) fu la più clamorosa delle ammissioni di vulnerabilità e di rinuncia. Tutte cose incompatibili coi principi della Rivoluzione d'ottobre. Povero Majakovskij. Consapevole del vespaio che il gesto avrebbe sollevato, «Per favore - scrisse nel biglietto d'addio, in singolare analogia con quanto lasciato, nella stessa situazione, da Cesare Pavese - niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare».

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