La Lega devia il reddito M5s verso le aziende del Nord

Ampliata la distanza da casa del disoccupato di offerte di lavoro non rifiutabili. E più incentivi a chi assume

La Lega devia il reddito M5s verso le aziende del Nord

Nella lista di Luigi Di Maio il «reddito di cittadinanza» è il terzo obiettivo «fatto». Ma solo sulla carta: al tramonto del 2018 la misura che per il ministro ha «abolito la povertà» è un cantiere aperto. E forse è meglio così. Perché nel dibattito a tratti surreale sulla norma, tra «mississipi navigator» e riforme lampo dei centri per l'impiego, era evidente che ci fossero parecchi aspetti pericolosamente confusi.

Dalle indiscrezioni che circolano in queste ore si va intanto precisando la platea, che appare decisamente più ristretta rispetto alla narrazione grillina. Se le previsioni sono esatte, il reddito pieno, cioè i famosi 780 euro, spetteranno solo a 450mila persone sui 5,5 milioni inquadrati come persone in stato di disagio economico dal ministro: un povero su 12. Per gli altri, si profila un'integrazione del reddito modulata secondo una serie di parametri su cui la discussione nel governo e tra i tecnici è tuttora in corso.

Ma il nodo più rilevante, sia sotto il profilo dell'efficacia del sussidio che sulla reale capacità della macchina amministrativa che lo distribuirà, riguarda il rapporto con le aziende. Nelle ultime ore sembra prevalere l'ipotesi della Lega, lanciata dal sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri e spiegata così al Tempo dal sottosegretario al lavoro Claudio Durigon: «Ci saranno degli incentivi, pari a 5-6 mensilità, per le aziende che assumono. Non saranno loro a gestirlo, ma saranno anche loro beneficiarie se assumeranno persone di quel particolare bacino». Il principale consulente di Di Maio al ministero per la questione, l'economista Pasquale Tridico, aveva a sua volta aperto all'ipotesi di incentivi all'assunzione sotto forma di tre mesi di sgravio contributivo, raddoppiati per le donne. L'incentivo proposto dalla Lega viene invece collegato alla disponibilità da parte dell'azienda a formare il neo assunto con corsi e tirocini di durata fino a cento ora. Nella formulazione finale del decreto atteso per metà gennaio, i due bonus destinati all'azienda potrebbero sommarsi. Ma quello che si va spostando è soprattutto il punto di equilibrio nella norma tra il ruolo dei centri per l'impiego e quello delle aziende.

Il reddito di cittadinanza si è già allontanato enormemente sia dal «sogno» originario di Beppe Grillo, sia dalle prime ipotesi di Luigi Di Maio. Ma i 5 Stelle non accetteranno mai, almeno formalmente, che siano le aziende a diventare il motore della gestione del sussidio. Eppure lo spazio per i privati, incluse le agenzie per il lavoro, sembra crescere revisione dopo revisione. E il motivo è chiaro: per rendere funzionali i centri per l'impiego in meno di tre mesi ci vorrebbe Harry Potter. Il rischio di flop, sotto forma di siti web presi d'assalto, file agli sportelli, ritardi nelle erogazioni, è inaccettabile per i 5 Stelle quanto lo è per l'elettorato della Lega l'immagine del reddito di cittadinanza come sussidio ai fannulloni.

In termini di consenso, i 5 Stelle potranno vantare un successo per ogni disoccupato che riceverà il sussidio a fine mese. Per la Lega, al contrario, il successo sarà vedere quel disoccupato che smette di percepire il reddito di cittadinanza e si mette a lavorare. E infatti gli esponenti leghisti del governo ce la stanno mettendo tutta per bilanciare in questo senso l'equilibrio della norma. Ed ecco la caccia ai «furbetti» attraverso la guardia di finanza per evitare lo scandalo del finto povero col sussidio. E aumento della distanza da casa del disoccupato per le offerte di lavoro che non potrà rifiutare: dai 50 chilometri ipotizzati si è già passati a 100. E in caso di rifiuto, le offerte «irrinunciabili» successive si allontaneranno fino a 250 chilometri. Ovviamente, in direzione nord.

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