"Lega, pronta la super perizia che smonta le fughe di soldi"

Il tesoriere del Carroccio respinge le accuse: "Nessun fondo nero né contabilità occultate in Lussemburgo"

"Lega, pronta la super perizia che smonta le fughe di soldi"

È il custode dei presunti segreti di via Bellerio. Solo che lui rimanda le accuse al mittente: «Non esiste una contabilità occulta della Lega, non esistono fondi neri, non ci sono conti all'estero».

Giulio Centemero è un serafico commercialista di 41 anni dall'aria trasognata. Ma guai a sottovalutare questo tecnico prestato alla politica e diventato deputato: ha le chiavi del forziere più indagato d'Italia, all'incrocio di inchieste puntute e di innumerevoli reportage, ma (a differenza di molti altri nella sua posizione) argomenta sempre e non scappa mai davanti alle domande.

«Le dico l'ultima - accenna senza perdere una dose omeopatica di ironia - sui giornali questa settimana abbiamo letto di cento segnalazioni all'autorità giudiziaria di operazioni sospette compiute dalla Lega. Bene, fra le cento operazioni su cui l'Antiriciclaggio della Banca d'Italia ipotizza chissà quali crimini c'è persino il bonifico bimestrale da 100mila euro che parte da Banca Intesa e va a finire sul Fondo unico della giustizia».

La rata dei 49 milioni da restituire alla magistratura genovese?

«Esatto. Mi sembra una situazione paradossale, a meno di non voler immaginare che noi smistiamo direttamente nelle casse della Procura di Genova i nostri fantomatici fondi neri».

Quello dei 49 milioni è sempre un capitolo aperto.

«Perché?»

Gli investigatori sospettano che almeno dieci milioni siano arrivati in Lussemburgo.

«No, io in Lussemburgo ci sono passato un paio di volte in macchina».

I soldi sarebbero usciti da una filiale della Sparkasse di Bolzano e sarebbero stati investiti nel fondo lussemburghese Pharus Management dopo un valzer di passaggi e spostamenti fra fiduciarie e conti di transito. Nega anche questa ricostruzione?

«Falso. I 49 milioni sono stati spesi, come ha sempre detto Matteo Salvini, per mantenere la Lega. Nessuna cospirazione. Nessun intrigo. Nessun giro strano all'estero».

Non le pare una giustificazione un po' vaga? Molto vaga.

«E allora le do una notizia: è in arrivo una superperizia che abbiamo affidato ad una delle big four per ricostruire tutta la contabilità della Lega fra il 2010 e il 2017, quando ci sono stati i primi sequestri: sarà pronta fra poche settimane e sarà, nei limiti del possibile, esauriente. Tenga presente che Salvini è arrivato a dicembre 2013, io sono tesoriere dal settembre 2014. A quell'epoca era già arrivata anche l'ultima tranche dei rimborsi elettorali del triennio 2008-2010, insomma i famosi 49 milioni. E in cassa era rimasto poco o niente».

Che fa scarica su Belsito che, peraltro, secondo i giudici, era l'artefice della grande truffa?

«Non posso escludere che Belsito abbia permesso di utilizzare per scopi personali della famiglia Bossi una parte dei fondi della Lega».

La laurea in Albania del figlio Renzo, le multe del Trota, i costi del dentista e tutto il resto.

«Non posso escluderlo, ma la perizia smonta analiticamente la leggenda del tesoro portato in Lussemburgo o chissà dove. Faccio anche notare un modesto dettaglio».

Quale?

«Quando Lusi ha portato via il tesoro della Margherita il partito è stato accreditato come vittima, nel caso di Belsito la Lega è stata dipinta come complice».

Ma la situazione era diversa: Belsito non era in combutta con Bossi?

«Erano sempre risorse tolte alla Lega. Certo, nel 2013 il partito aveva una gestione molto onerosa e le spese arrivavano a quota 27 milioni l'anno. Un'enormità».

Col suo arrivo?

«Le ho ridotte a 4 milioni, anche toccando la carne viva dei dipendenti del partito. Una scelta drammatica, ma non avevo alternative. Oggi siamo risaliti, ma la Lega è molto più grande ed è presente anche al Sud: in questo momento le spese ammontano a circa 9 milioni l'anno».

Il modello cui si è ispirato?

«Il leader di mercato: quello che oggi è il Pd e che nel 2008 aveva ricevuto la bellezza di 182 milioni di finanziamento pubblico. Da loro ho copiato l'articolazione territoriale con le sedi regionali. Pensi che prima la Lega aveva un unico codice fiscale per tutta Italia. Una follia: una banalissima bolletta della luce dimenticata dalla sede di Venezia poteva essere richiesta ai militanti di Torino o Fidenza».

Ora la accusano di essere socio in alcune società con i due commercialisti, Manzoni e Di Rubba, arrestati per le oblique vicende della Lombardia Film Commission. Un'altra tegola?

«Con loro, peraltro professionisti stimati, ho un rapporto di amicizia. Sono stato, nel passato, amministratore di una società che avrebbe dovuto occuparsi di marketing e invece è rimasta sempre inattiva. Viva solo sulla carta».

Poi?

«Sono socio al 2 per cento del loro studio professionale».

Come mai?

«A differenza di Manzoni, Di Rubba è laureato in economia ma non è commercialista».

E questo che c'entra?

«L'Ordine di Bergamo non voleva una società fra professionisti in cui uno solo dei due fosse commercialista».

Lei è corso ad aiutarli?

«Erano vicini alla Lega e il sottoscritto, laureato in economia e commercialista, ha dato loro una mano. Ma non ho mai incassato dividendi né emesso fatture».

Michele Scillieri, il terzo professionista finito in manette?

«Lo conosco. Niente di più».

Francesco Barachetti?

«Lo dipingono come un'altra pedina di un sistema obliquo di relazioni, ma la verità è molto più terra terra. È un idraulico a capo di un'impresa seria e affidabile che sa fare un po' di tutto. Barachetti e i suoi operai stanno ristrutturando pezzo a pezzo via Bellerio. Insomma, lui è un fornitore e io lo pago. Se poi con quei soldi si compra la villa in Sardegna, come ho visto in un servizio televisivo, sono fatti suoi».

In realtà si sospetta che Barachetti abbia retrocesso, come dicono gli inquirenti parte dei soldi incassati proprio alla Lega.

«Ripeto: lavora per noi e noi lo paghiamo. Non ci sono fatture gonfiate o, peggio, inesistenti».

Niente prestanomi?

«Le assicuro: nessun prestanome, testa di legno o altro».

Eppure è tutto un grandinare di contestazioni sulla Lega.

«Si, è vero ma è anche vero che ci muovono contestazioni bizzarre: per esempio i 450 mila euro all'associazione Maroni Presidente. Ho sentito adombrare addirittura il riciclaggio perché quei denari sarebbero andati chissà dove. Ma quello era solo un prestito infruttifero e i 450mila euro sono tornati indietro, giusto in tempo per essere sequestrati. Anche se non ho ancora capito le ragioni di quell'intervento così duro e invasivo».

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