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L'elezione al Quirinale cambierà gli scenari: sinistra mai divisa a questo appuntamento

Il centrodestra non sottovaluti il voto: il pragmatismo sostituirà l'ideologia

L'elezione al Quirinale cambierà gli scenari: sinistra mai divisa a questo appuntamento
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Di fronte alle situazioni complicate ci sono due tipi di reazioni. Anche in politica. O si affrontano avendo consapevolezza dei rischi. O si nega il principio di realtà e si mette la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Opzione estremamente perniciosa. Ebbene per comprendere la sconfitta sul referendum sarebbe indispensabile, specie per il centrodestra, comprendere il momento senza abbandonarsi a congetture che tentano di confutare i dati di fatto con i desideri.

Il primo dato riguarda il successo alle ultime elezioni politiche: vittoria inconfutabile e per alcuni versi facile, che nasceva, però, dalla condizione di divisione degli avversari. Non è stato uno scontro tra due poli, ma tra quattro: centrodestra, centristi, sinistra e grillini. Ragion per cui l'attuale maggioranza ha vinto, ha conquistato il primato nei seggi in Parlamento ma in voti assoluti era in minoranza nel Paese. L'aritmetica non è un'opinione neppure in politica.

In questi quattro anni il quadro politico è cambiato: c'è un centrodestra che ha una potenziale diaspora (Vannacci), un piccolo partito centrista (Calenda), mentre tutto il resto si è unito nel cosiddetto "campo largo" sulla scia dell'alleanza tra Pd e 5stelle. Negarlo - tirando in ballo programmi, incompatibilità e quant'altro - equivale ad illudersi: è un'inclinazione di chi è al governo immaginare che chi ha perso non punti, poi, ad organizzarsi per vincere magari sostituendo l'ideologia con un buona dose di pragmatismo. È invece una reazione automatica, naturale, direi umana alla sconfitta. Tant'è che Silvio Berlusconi, ancora in vita, in un colloquio che ebbe con Giuseppe Conte mesi dopo le elezioni, alla domanda se Pd e grillini si sarebbero mai alleati ricevette questa risposta dal leader 5 stelle: "Fino alle europee andremo divisi, ma poi è chiaro che stringeremo i rapporti. È nelle cose".

Bisogna partire da questi due dati per comprendere la sconfitta di domenica: il referendum è stato un duello politico su diversi argomenti - politica del governo, Trump, guerra, crisi energetica - di cui la giustizia non era neppure il principale; di fatto il primo scontro politico tra due poli dalla nascita del grillismo e le prossime elezioni politiche, si svolgano ora o tra un anno, riproporranno più o meno lo stesso schema. È ineluttabile. Tanto più che c'è una costante che ha contraddistinto la seconda Repubblica: la sinistra si è divisa, magari ha messo in piedi governi fragili che sono durati poco ma all'appuntamento del Quirinale è sempre arrivata unita. E il Parlamento che uscirà dalle prossime elezioni politiche sarà quello che deciderà il successore di Mattarella. Inutile immaginare che da quelle parti ci siano distanze incolmabili: la logica è mettersi insieme per vincere (Ulivo, Unione ne sono esempi) il resto viene dopo.

Questo per dire che d'ora in avanti gli scontri tra i due poli non saranno una passeggiata come quella del 2022, ma saranno incerti. E forse se fosse stato consapevole - parola magica - dei reali rapporti di forza nel Paese il governo avrebbe fatto meglio ad evitare lo scontro referendario sulla giustizia e a cercare un'ampia maggioranza parlamentare sulla riforma. Qualcuno dirà che è il senno di poi. Certo. Ma d'ora in avanti ogni strategia non può che basarsi su questo dato di realtà. È la base su cui decidere, tenendo conto delle politiche praticabili, delle risorse disponibili, della congiuntura internazionale ed economica, se valga la pena votare subito, oppure rilanciare l'azione di governo magari con un rimpasto o tirare a campare fino all'ultimo nella speranza che la buriana (Trump, guerre, crisi energetica) passi.

Con un'accortezza: in un duello bipolare la vittoria si gioca sull'ultimo voto. Ogni voto sulla carta è indispensabile, l'importante è individuare una miscela potabile tra consensi moderati e consensi identitari. Ben sapendo che da quando il bipolarismo è nato contano molto i segmenti elettorali di frontiera: lì i voti valgono doppio, quello che prendi lo strappi anche agli avversari.

In questo senso il travaglio di Forza Italia, il suo rinnovamento ha un senso solo se punta ad aumentare la sua capacita di rappresentanza. Altrimenti è solo un processo fine a se stesso. Discorso valido, è pleonastico, pure nell'altro campo, quello "largo".

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