Letta lavora per il premier ma nel Pd si fa largo Casini

Il segretario vede l'ex presidente della Camera. I dem si rassegnano: se Renzi propone Pier non si può dire no

Letta lavora per il premier ma nel Pd si fa largo Casini

Prima il vertice (in circolo) del centrosinistra, poi l'assemblea dei grandi elettori Pd, ma a sera - a poche ore dall'inizio delle votazioni - la linea ufficiale è: scheda bianca.

Dietro le quinte però tutto è in movimento, in un clima di grande nervosismo, e il segnale forse più significativo della giornata è il colloquio - a sera - tra Enrico Letta e Pier Ferdinando Casini. Che non è mai stato il candidato del segretario Pd (ancora convinto che la soluzione più alta e stabilizzante per il paese sia quella di eleggere Mario Draghi al Quirinale) ma è il nome su cui lavorano pezzi importanti e trasversali del partito, dai ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando, a Goffredo Bettini. E fuori dal recinto dem si muove su questa ipotesi Matteo Renzi, pronto a intestarsi la partita: «Entro martedì - confidava ieri ai suoi - conto di portare Matteo Salvini sul suo nome». E il fatto che il leader della Lega (che stamattina incontrerà Letta) ieri sera abbia negato che Casini sia «un candidato del centrodestra», spiega il leader di Italia viva, è «una precondizione perché possa diventare il punto di caduta condiviso».

Al Nazareno non nascondono la preoccupazione per le ripercussioni che una simile soluzione potrebbe avere sul governo. E un esponente autorevole del centrosinistra dice: «C'è chi lavora per far saltare Mario Draghi non solo come candidato al Quirinale, ma anche da Palazzo Chigi. Dopo di che, rischieremmo il caos totale per il Paese, e una rapida deriva verso il voto». Ma certo, ammette, «per noi dire no a Casini, se emergesse una sua candidatura, è molto difficile». Di certo, «non saremo noi a farne il nome». Il problema è che c'è già Renzi pronto a farlo, se si creeranno le condizioni.

In serata, ospite in tv da Fabio Fazio, Letta non nasconde lo «stupore» per il no di Salvini e Berlusconi al nome di Draghi, e per le «ripercussioni» che questo avrebbe anche sul governo. Perché il premier «è una risorsa che non possiamo permetterci di perdere, e il nostro impegno è per preservarla». Il nome di Draghi, dice, «è una delle ipotesi sul tavolo» e nelle prossime ore «cercherò di capire se il loro no è ultimativo, e in che modo coinvolge anche il governo». Quanto all'ipotesi di una rielezione di Mattarella, «ovviamente per noi sarebbe il massimo, la soluzione ideale e perfetta. Domani parlerò anche di questo con Salvini».

Il segretario dem, quando convoca i suoi delegati nel pomeriggio, resta abbottonatissimo. L'unico nome che spende è quello che nessuno scriverà sulla scheda: Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio, ex ministro del governo Monti, candidato «simbolico» escogitato da Bettini per Conte che aveva bisogno di far almeno finta di avere un «suo» nome autorevole, con gli alleati che fanno finta di accogliere il suo suggerimento, per non indebolirne ulteriormente il ruolo di capo politico dei Cinque stelle. «Riccardi - spiega Letta davanti all'assemblea dei suoi grandi elettori - non è un candidato di bandiera. Per quello che rappresenta, per ciò che fa, per esperienza istituzionale è il profilo ideale per arrivare, martedì o mercoledì, a un nome condiviso». Chi lo ha ascoltato, nelle sue file, si è fatto l'idea che la prima opzione del segretario dem resti appunto il nome di Draghi, ma che la strada per arrivarci schivando le trappole disseminate sul terreno sia molto tortuosa.

Sullo sfondo resta forte, in una parte del Pd, il sogno del un Mattarella bis. Che «certo ha detto fermamente no - ragiona un suo fan nel partito - ma ad alcune condizioni potrebbe tornare: se glielo chiedessero tutti i partiti della maggioranza, e se la politica si dimostrasse incapace di trovare una soluzione forte e unificante, e fosse indispensabile per mettere in sicurezza il paese». Ma gli stessi supporter di questa soluzione che «preserverebbe lo status quo» aggiungono che la premessa necessaria sarebbe «un totale fallimento della politica», e che a quel punto «il nome più forte per uscirne sarebbe sempre quello Di Mario Draghi».

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