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Letta si sente assediato da chi vuole l'eutanasia Pd

Il segretario vuole affrettare i tempi per stabilire il congresso dove cambiare nome e sopravvivere

Letta si sente assediato  da chi vuole l'eutanasia Pd

«Misery deve morire»: rispunta dalle brume del recente passato Rosy Bindi e, come una Annie Wilkes all'incontrario (nel mitico film tratto dall'horror di Stephen King la sadica infermiera era Kathy Bates, che vinse l'Oscar) vuole costringere il Pd a suicidarsi. Subito, senza por tempo in mezzo, e lasciando tutto in eredità al giulivo Giuseppe Conte.

«Il congresso è accanimento terapeutico, i dem vadano verso lo scioglimento», proclama la ex presidente del partito, che comprensibilmente ce l'ha a morte con il gruppo dirigente che non l'ha ricandidata e poi neppure presa in considerazione seriamente come potenziale presidente della Repubblica, quando la casella sembrava essersi liberata. Così, insieme ad altri combattenti e reduci del Pci e del prodismo (Vannino Chiti, Franco Monaco, Giulia Rodano, Paolo Corsini) e a presunti «intellettuali» di area grillina (De Masi, Lerner, Montanari, Roventini) la Bindi ha promosso un appello pro-eutanasia dem: «Basta tentazioni governiste», il Pd si auto-sopprima e confluisca a mani alzate nell'opposizione peronista a guida Giuseppi. Un po' come avrebbe dovuto fare l'Ucraina con Putin, secondo quella stessa corrente di pensiero «pacifista».

Ora, gli appelli di Bindi, Chiti e Montanari (ovviamente lanciati dal Fatto Quotidiano) possono essere liquidati come folklore politico. Del resto persino la sardina Matteo Santori, noto campione di frisbee, si sveglia dal letargo per proclamare che il Pd «non tira più» (lui invece tira un sacco) e che serve una fase «ricostituente», qualunque cosa voglia dire.

Il problema è che, dopo la batosta del 25 settembre, la questione della sopravvivenza del progetto Pd è diventata un tema reale di discussione interna. Da sponde assai lontane da quelle rosibindiane, anche un altro ex presidente del Pd, Matteo Orfini, lo ha posto con una certa brutalità: «Sciogliamo e rifondiamo il Pd», dice in una intervista al Domani. «Il mondo è cambiato, si è esaurita la spinta espansiva e il Pd è diventato un soggetto respingente: non basta cambiare gruppo dirigente», perché continuando così «ci estinguiamo». Certo Orfini si guarda bene dal proporre la confluenza in M5s, anzi: «Abbiamo perso perché abbiamo passato gli ultimi quattro anni a credere che il nostro unico progetto fosse il campo largo» con loro, dice.

I dem si sentono presi in una «micidiale tenaglia» (copyright Enrico Borghi) tra le contrapposte spinte del riformismo centrista di Renzi e Calenda e quelle populiste dei Cinque Stelle contiani, entrambi spettatori interessati della crisi Pd che auspicano una implosione per arricchire il proprio serbatoio elettorale. Una «opa ostile», la definisce Marina Sereni. Ed è proprio per contrastarla, cercando di tenere insieme anime ormai divergenti e che da giorni si accapigliano sui nomi e percorsi congressuali, che ieri Enrico Letta ha lanciato un accorato monito a stringere i tempi del congresso, mettendo al contempo tutto sul piatto: dal simbolo alle alleanze al nome stesso del partito. Un congresso «costituente» e «aperto a tutti» (leggi: i quattro bersaniani di LeU e l'«indipendente» - ma lietamente eletta nel Pd - Elly Schlein) ma rapido e non dilatato nei tempi come vorrebbe la sinistra che non ha ancora trovato un candidato da contrapporre al troppo «renziano» Bonaccini. Perché «siamo ancora vivi», dice Letta. Ma per quanto?

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