A lezione da... noi. Se l'Italian Job ha istruito gli inglesi

Merito dei nostri allenatori "emigrati" se il loro calcio è ora internazionale e moderno

A lezione da... noi. Se l'Italian Job ha istruito gli inglesi

Loro hanno inventato il calcio, noi abbiamo inventato loro. Nel calcio. Questo è l'italian job, questo è il colpo all'italiana. Però non lo sanno e visto che sono suscettibili, meglio non dirglielo, meglio lasciare Sua Maestà del football nella supponente nebbia di convinzioni sbagliate che da sempre l'avvolge. Prima, sul campo, i Tre Leoni ruggivano molte nobili parole autoreferenziali e molta poca sostanza, adesso parlano sempre troppo però alla porta avversaria ci arrivano non solo con il bomber abbandonato in mezzo all'area come una particella di sodio. Il gol di Shaw nella finale, centoventi secondi dopo il fischio, è lì a dimostrare che una delle prime lezioni italiane è stata mandata a memoria, fasce, ali, terzini, bene così. L'altra, ancora più importante, quella del prima non prenderle, è l'abc di chi nel calcio desideri vincere qualcosa in campo internazionale anche senza gol fantasma. E pure in questo stanno migliorando, per fortuna nostra non troppo.

Se questi insegnamenti sono stati assimilati dagli inglesi, il merito va a quel popolo di santi, poeti, navigatori, e non camerieri come credono loro, che li ha pacificamente invasi senza che se ne accorgessero; un popolo di allenatori capace di avviare una silenziosa colonizzazione calcistica. Per farlo è bastato un gesto semplice, un colpetto all'italiana, raccogliere da terra il pallone, poco più di venti anni fa e, listen, please..., mostrargli i molti modi di farlo rotolare, non solo il loro. L'Italian Job è racchiuso nella paziente calata pacifica e ben retribuita del made in Italy pallonaro che si è insinuato nei loro stadi, bellissimi, nei loro campi, curatissimi, nelle loro tifoserie, bevutissime, senza usare armi, spintoni e prepotenze bensì la forza di uomini preparati seduti in panchina. L'ultima lezione domenica sera, perché è stato chiaro fin dall'inizio che se i ragazzi di Southgate erano giunti in finale al posto di tedeschi e danesi era, sì, il tempio di Wembley che aiuta, ma anche merito dell'Italian job dei nostri allenatori emigrati che avevano vistosamente cambiato la mentalità calcistica d'Oltre Manica. Certo, poi è arrivato l'altro colpetto, il nostro, per ribadire che sul tema restiamo avanti.

E oggi commuove e fa pensare che la prima lezione, il primo lavoretto sia stato opera di uno degli eroi azzurri di domenica sera. Perché il vero Italian job sull'isola inizia un freddo giorno di febbraio del 1998 quando Gianluca Vialli dice sì alla proposta di un Chelsea non ancora grande Chelsea. È l'anno zero della colonizzazione a insaputa, il D-Day di uno sbarco incruento e al contrario con cui gli uomini che siedono in panchina prendono per mano gli smarriti inventori del calcio. Vialli vince subito, poi si dedicherà ad altro. In ordine sparso emigrano dall'Italia ad ondate altri professionisti del gioco e degli schemi. L'elenco è lungo e autorevole, sulla panchina dei Tre Leoni Sven Göran Eriksson dopo 15 anni d'Italia e Fabio Capello, nei club sono molti, da Zola a Guidolin, da Ancelotti a Conte e Sarri. Ognuno emigrato con il proprio bagaglio di competenze e di favole: su tutte, quella di Roberto Di Matteo, vice al Chelsea scaraventato a vincere, italian job, Fa Cup e Champions; e di Claudio Ranieri, altro colpo all'italiana. Il suo è addirittura meraviglioso perché si confonde, invece di accompagnare il piccolo Leicester alla salvezza lo porta dritto dritto a conquistare il titolo Premier mai vinto in 132 anni di storia. Lavoretti all'italiana dunque, come quello dello stesso Mancini, per noi oggi santo subito ma anche a Manchester, sponda City, discretamente beato nelle stagioni 2011-12, prima la FA Cup dopo 35 anni poi la Premier dopo 44 anni. Però guai a pensar male, gli inventori del calcio qualcosa hanno voluto darci in cambio. Loro li chiamano hooligans. Noi English job.

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