L'harakiri del centrodestra: Verona e Parma a sinistra

Tommasi batte Sboarina che aveva rifiutato l'accordo con Tosi. Ronzulli: "È stata una sconfitta annunciata"

L'harakiri del centrodestra: Verona e Parma a sinistra

Vince il Pd, perde il centrodestra. Nella notte dei ballottaggi, il quadro che esce dallo scrutinio in 13 capoluoghi di provincia è netto: il centrosinistra si prende Verona (strappata alla Lega con il candidato «civico» Damiano Tommasi), Parma (con Michele Guerra, appoggiato dal Pd e dal sindaco uscente Pizzarotti), Piacenza e Alessandria, anch' esse sfilate alla destra. Ma anche - a sorpresa - Catanzaro, dove il candidato di centrodestra Valerio Donato, in testa al primo turno, viene nettamente superato da quello del Pd, Nicola Fiorita. Tutti con significativi scarti, mentre a tarda notte c'era ancora un testa a testa all'ultimo voto sia a Lucca che a Monza, a Como vinceva il civico Alessandro Rapinese contro la candidata del centrosinistra, e a Barletta, Gorizia e Frosinone il centrodestra. In netto calo l'affluenza, al 41% contro il 53% del primo turno.

Enrico Letta esulta e si incorona trionfatore in almeno 6 città: «Si prospetta una grande vittoria per il centrosinistra», twitta a mezzanotte. Mentre il centrodestra incassa una debacle, e c'è già chi chiede, come l'azzurra Ronzulli, un confronto interno: «A Verona sconfitta annunciata». Ma quella del Pd è una vittoria che cancella la strategia di coalizione fin qui perseguita. Laddove i dem si sono presentati sottobraccio ai Cinque Stelle di Conte - vedi Genova e Palermo - il verdetto è stato spietato fin dal primo turno.

Dove invece il M5s è stato praticamente azzerato (da Verona a Parma a Como a Monza etc.) il centrosinistra è pienamente in partita, e spesso in vantaggio.

Persino in quel «profondo nord» che sembrava inespugnabile prima della crisi verticale della Lega di Matteo Salvini. Del resto, i primi sondaggi realistici si incaricano di segnalare, a chi nel Pd si ostina a perseguire l'abbraccio col confuso populismo contiano, che quella strategia è infondata: ieri sul Sole24Ore il professor D'Alimonte illustrava la debacle dell'ex premier, dato sotto al 7% dopo la scissione di Di Maio: e che le due cifre fossero un miraggio per M5s lo avevano già indicato nei giorni scorsi i sondaggi riservati in mano allo stesso Conte e al Pd. Il messaggio che arriva al Nazareno è chiaro: in vista delle prossime elezioni politiche, inseguire l'intesa con M5s o quel che ne resta è esercizio pressoché inutile ai fini della vittoria. Meglio cercare sinergie al centro (vedi l'esempio di Lucca, dove Letta ha chiuso la campagna elettorale insieme a Carlo Calenda) e, soprattutto, presentare volti e programmi credibili al giudizio dell'elettorato, come ad esempio si è fatto a Verona, dove M5s non ha neppure presentato una lista. O a Parma, dove è sparito da ogni orizzonte elettorale. Quanto al centrodestra, si conferma la forte perdita di attrattività elettorale della Lega, soprattutto nel Nord dove un tempo era padrona, e la penalizzazione provocata dalle risse Salvini-Meloni per la leadership e dalle diatribe locali. Ora, di qui alle politiche del 2023, resta solo il test delle regionali siciliane che - a meno di un testacoda del centrodestra - vedono il centrosinistra in affanno, e il Pd impelagato in «primarie di coalizione» con i 5s che - alla luce della crisi terminale del grillismo - sembrano sempre più fuori tempo e fuori luogo.

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