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È libero il 26enne Erfan, il simbolo delle proteste già condannato a morte

Gesto distensivo del regime: pagata una cauzione da circa 10mila euro per il giovane arrestato l'8 gennaio

È libero il 26enne Erfan, il simbolo delle proteste già condannato a morte
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È libero il manifestante simbolo delle proteste in Iran, il 26enne Erfan Soltani, il giovane dai capelli rossi che era stato arrestato l'8 gennaio e subito condannato a morte con l'accusa di propaganda contro lo Stato. Ieri è stato scarcerato su cauzione, due miliardi di toman, poco più di 10mila euro. Il suo rilascio avviene in un momento di altissima tensione tra Iran e Usa, anche se qualche spiraglio si è riaperto. Gli Stati Uniti avevano messo in guardia rispetto alla eventualità che fosse giustiziato.

Questa mossa del regime arriva probabilmente per andare incontro alle richieste dell'amministrazione Trump e scongiurare il peggio, ovvero una guerra che potrebbe infiammare tutta la regione e portare a un cambio di regime in Iran. "Se Teheran comincia a impiccare i manifestanti se la vedrà con noi", aveva detto il presidente degli Stati Uniti. In un altro segnale difficile da decifrare, ieri il regime ha pubblicato la conta dei morti nelle manifestazioni represse con brutalità dalla teocrazia. Un elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste, con il loro nome, cognome, nome del padre. Le manifestazioni in Iran sono state portate avanti inizialmente dai lavoratori conservatori dei bazar, scontenti del crollo della valuta iraniana. Il regime ha promesso allora di fare concessioni economiche. Ma quando i giovani si sono uniti a loro, le proteste si sono trasformate in una rivolta anti-regime che ha rappresentato la sfida più grande per i leader religiosi sciiti del paese nei loro quasi cinquant'anni di potere.

La repressione è stata rapida e decisa. Tra le vittime c'erano atleti, artisti e studenti le cui fotografie hanno inondato i social media. La lista delle giovani vittime è lunghissima. La portata della violenza ora sta emergendo. Il bilancio dei morti potrebbe superare 10mila, secondo altre stime potrebbero essere anche 50mila, il che lo renderebbe l'episodio di repressione politica più letale della storia moderna. Il regime ha reagito e bloccato Internet l'8 gennaio, ha soffocato le proteste che si sono diffuse in città in tutto il Paese. Gran parte dell'Iran è stato sottoposto a un blackout quasi totale delle comunicazioni per settimane. La connettività rimane tuttora limitata.

Tuttavia, sono trapelate notizie, principalmente tramite connessioni satellitari Starlink e testimonianze di persone che hanno lasciato il Paese o si sono collegate online utilizzando schede Sim straniere vicino ai confini. Per alcune ong circa la metà delle vittime apparteneva probabilmente alla Generazione Z, ovvero i nati tra il 1997 e il 2012. Circa il 42 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni, secondo le Nazioni Unite. La disoccupazione giovanile ha superato il 20 per cento e molti giovani ritengono che il regime islamico ultraconservatore sia arretrato, fuori dal mondo.

Prima generazione a poter contare su un accesso diffuso a Internet, "questi giovani iraniani scendono in piazza consapevoli che potrebbero essere attaccati con proiettili e manganelli, e lo fanno perché credono che valga la pena lottare per il loro futuro", ha affermato Holly Dagres, ricercatrice del Washington Institute.

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