Libertà e giustizia: la grande lezione di un economista prestato alla politica

Libertà e giustizia: la grande lezione di un economista prestato alla politica

Non esistono servizi pubblici che diano felicità collettive. Esistono soltanto le felicità individuali che messe tutte insieme formano una curva che dà un'idea di come la società si muova. Questo è un pensiero liberale. Questo è un pensiero di Francesco forte, amico carissimo e collaboratore esimio de Il Giornale, uno dei più grandi intellettuali italiani che ieri ci ha lasciato.

I nostri lettori lo conoscono come editorialista schietto, spiritoso, logico, empatico con i sentimenti più sinceri, economista attrezzatissimo culturalmente, accademico, simpatico, colto spiritoso intelligente mai banale. Fustigatore di ogni genere di idiozia - e quindi uomo largamente in viso e, gradualmente, messo ai margini dalla sinistra italiana che non ha mai saputo compiere il passo definitivo verso l'idea liberale del riformismo - appunto lui era talmente contrario a qualsiasi forma di autoritarismo socialista, comunista e fascista che rifiutò, da ragazzo, di partecipare ai corsi di mistica fascista definendola una pura idiozia. Cosa che non gli portò davvero vantaggi, e poi rifiutò il partito socialista Di Pietro Nenni, preferendo quello socialdemocratico di Giuseppe Saragat.

Ma la sua era un'idea liberale di un mondo in cui i bisogni sono delle singole persone individuali, in cui non esistono masse, ma soltanto piccole preziose unità singole che si chiamano persone. Tutte insieme le persone chiedono ciascuna il soddisfacimento del proprio personale unico bisogno. Compito del potere e politico è quello di tracciare delle curve, fare delle statistiche, assolvere e risolvere i problemi in modo tale da poter soddisfare la quantità più alta delle singole, personali, importanti esigenze di ciascuno.

Era lo stesso principio del napoletano Filangieri, il quale mise per iscritto la teoria del diritto della ricerca della propria, personale, unica felicità e l'avvio a Benjamin Franklin primo ambasciatore americano a Parigi, il quale la inviò a Filadelfia affinché fosse inserita nei principi costituzionali del nuovo grande Paese rivoluzionario, gli Stati Uniti d'America.

Nella visione di una società formata da persone anziché da classi, masse, partiti orizzontali, nazionalismi o socialismi comunque ammucchiati, richiedenti con violenti clamori soluzioni di parte, Francesco forte rispondeva in maniera politica, tecnica e aggiornata, scendendo nei particolari dei fatti e delle persone, arrivando a pubblicare il suo ultimo commento su queste colonne dal titolo Draghi e il pericolo dello spread, attualissimo perché e ancora attuale il tema e il problema.

Francesco forte era poi stato un ministro craxiano, aveva fatto parte dell'epoca del grande riformismo intellettuale socialista liberale, e il suo naturale approdo fu quello del Giornale della famiglia Berlusconi, ultima isola e fortilizio di quel poco che resta di un'ideale puramente liberale. Che difende le persone e non interessi astratti, dietro ai quali si nascondono interessi alla ricerca del potere sopraffattorio.

Aveva 92 anni portati da genio, sorrideva quasi sempre e nutriva un disprezzo ben contenuto per la gente settaria e ignorante. La sua scienza era di un genere oggi scomparso: sia giuridica che economica, sociologica e politica, teorica e pratica, morale e giornalistica, accademica e divulgativa avendo scritto per le maggiori testate da Panorama all'Espresso, dal Foglio al Giornale, che era ormai la sua patria anche ideologica. Ha scritto parole di fuoco sull'ultima Legge di Bilancio del governo Draghi dichiarandola superata dagli eventi e, dunque, vecchia e poco utilizzabile. Forte ci ha lasciato con questo biglietto d'addio: «State attenti, perché gli avvenimenti che riguardano la pandemia e l'economia sono tumultuosamente nuovi e si stanno già mangiando le risorse che con tanto spirito virtuoso il governo cerca di mettere in salvo». La ricchezza prossima ventura si starebbe sciogliendo come neve al sole e questa, nello stile di Forte, era la vera verità che deve essere dichiarata ser non si vogliono ingannare le persone. Il messaggio riguarda tutti i settori dell'economia a rischio, prima di tutto turismo e ricchezze volatili, rendendo d vano un sacrificio enorme che viene richiesto al Paese intero.

Nel suo stile, accumulava e studiava dati, raccoglieva informazioni alle fonti e le misurava, le verificava, non mentiva.

È un fatto banale e noto: ogni politico, anche se non osa dichiararlo, pensa che un minimo margine di diplomatica menzogna è pur sempre tollerabile in un agone in cui si combatte con scaltrezza e tattica, oltre che ideali e progetti. Forte, che è stato un importantissimo uomo politico e più volte ministro delle finanze, dava filo da torcere ai suoi Primi Ministri, si chiamassero Amintore Fanfani o Bettino Craxi, per la sua necessità non discutibile di dire allo stato attuale, qui ed ora, le cose come stanno e non come vorremmo che stessero. Questo può dare una pallida idea di quanto un uomo come Francesco Forte ci mancherà, perché non vediamo molti rimpiazzi all'orizzonte.

Commenti