"Qualcosa devono pur dire, ma la verità è che questa proposta di legge elettorale alla Schlein non dispiace affatto". Insomma - stando alle voci che circolano nel Palazzo - sotto le levate di scudi contro una presunta "deriva autoritaria", nel Campo largo c'è la consapevolezza che la bozza del centrodestra possa risolvere non pochi problemi proprio alla sinistra. Ma non solo. Il meccanismo del premio di maggioranza per chi conquista il 40% dei voti, così come la soglia di sbarramento al 3%, erano idee che trovavano spazio negli emendamenti presentati tra il 2014 e il 2015 all'Italicum dai dem Anna Finocchiaro e Luigi Zanda. Poche le differenze, tra cui il "premio" che andava alla lista vincente anziché alla coalizione e l'inserimento delle preferenze. Tema, quest'ultimo, su cui però si è aperto un dibattito all'interno della maggioranza. Fratelli d'Italia, infatti, annuncia già un emendamento. "Abbiamo detto che siamo pronti a miglioramenti e siamo da sempre favorevoli alle preferenze. Abbiamo presentato emendamenti per le preferenze anche alle altre leggi elettorali e lo presenteremo anche questa volta", spiega Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione dei meloniani. E la senatrice Michaela Biancofiore, presidente del gruppo Civici d'Italia, annunciando il suo sostegno: "Sono sempre stata a favore delle preferenze". A ricordare come l'impianto della proposta del centrodestra sia simile a quello dell'Italicum è proprio lo stesso Matteo Renzi, all'epoca premier. "Meloni aveva promesso le preferenze e invece copia l'Italicum - che tanto contestava - togliendo le preferenze che invece sull'Italicum c'erano", dice il leader di Italia Viva.
Solo che a contestare, adesso, è il centrosinistra al gran completo, che accusa la maggioranza di voler imprimere al Paese una presunta "deriva orbaniana". Proteste di prammatica, è la sensazione che si respira tra i corridoi del Parlamento. Sì, perché la nuova legge elettorale non penalizza affatto i progressisti. Anzi, proprio la momentanea assenza delle preferenze sarebbe una manna dal cielo per Elly Schlein e Giuseppe Conte. Entrambi i leader hanno il pallino di riempire le liste delle prossime elezioni politiche di fedelissimi. Schlein, come evidenziato dal Giornale l'11 febbraio scorso, non vede l'ora di costruire un Pd a sua immagine e somiglianza. E il listino bloccato faciliterebbe il lavoro dell'epurazione dei riformisti, favoriti invece dalle preferenze, grazie al maggiore radicamento sul territorio. Conte, da par suo, con l'addio al tetto dei due mandati, teme di essere oscurato dai vecchi big ora ricandidabili. Ma il listino, oltre alle deroghe, gli servirebbe per blindarsi alla guida del M5s, riducendo la quota dei volti noti tra i candidati. Un altro punto, che certo non sfavorisce i leader del Campo largo, è quello dell'obbligo di indicare il nome del candidato premier nel programma elettorale. Una dinamica che costringe alle alleanze ampie. In pratica, la riproposizione della linea "testardamente unitaria" di Schlein. Tutti in coalizione, da Renzi ad Avs. Ma pure Conte, che vuole battere la segretaria dem in una sfida aperta, non può osteggiare una norma che apre la strada alle primarie di coalizione, nonostante parli di "legge super-truffa". E poi la soglia di sbarramento.
Il limite del 3% consentirebbe a Carlo Calenda il diritto di tribuna. E Renzi? Garantito dalla previsione secondo cui, se coalizzato, entra in gioco il primo partito sotto la soglia di sbarramento. Tutti scontenti, tutti contenti.