"L'Italia tutta in arancione" "Riapriamo»: lite tra Regioni"

I presidenti di centrodestra del Nord chiedono più libertà e divieti solo localizzati. Bonaccini scettico

Se ha funzionato fino adesso, contenendo la diffusione del virus, il sistema della divisione dell'Italia in fasce di colori comincia a mostrare qualche crepa. Soprattutto ora con il dilagare delle varianti. Almeno così la pensano alcuni governatori che, in vista del 25 febbraio, quando scade il divieto di spostamento tra regioni, e del 5 marzo, ultimo giorno del Dpcm in vigore, si sono riuniti per stabilire una linea comune da presentare al premier Mario Draghi, che dovrà tracciare la sua strategia contro il virus. Ma di comune, dopo più di quattro ore di vertice, sembra esserci ben poco tra i presidenti di Regione, che nel documento di sintesi chiedono un cambio di passo nell'emergenza, soprattutto sui vaccini, ma alla fine non indicano una vera linea condivisa. Insistono però su criteri semplici, che evitino il più possibile continui cambi di colori e restrizioni.

Era stato Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni e governatore dell'Emilia Romagna, a convocare i colleghi per la prima volta da quando c'è il nuovo governo per discutere dell'attuale sistema di regole per la gestione della pandemia prima del Consiglio dei ministri di domani, proponendo regole più omogenee. Ma le posizioni dei presidenti di Regione sono apparse distanti, in particolare sul tema delle zone, spesso contestate perché decise su dati non freschi e perché il breve lasso di tempo, da quando viene comunicato il passaggio di fascia a quando entra in vigore, penalizza bar e ristoranti. Bonaccini ha insistito sulla necessità di rendere uniformi le misure in tutto il Paese, evitando continui apri e chiudi. Ma la sua proposta di un'Italia in arancione per qualche settimana non è passata. Si è scontrata soprattutto contro il parere dei governatori del nord, che vogliono sì superare il sistema dei colori ma a favore piuttosto di criteri basati sul livello di rischio delle attività. Per il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, «va rivisto l'elenco delle attività economiche che mettono a rischio la tenuta sistema sanitario perché possono agevolare la diffusione del virus»: quelle, dice, «non possono riprendere e vanno indennizzate», mentre alle altre va data la possibilità di riaprire in sicurezza. Sulla stessa linea il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, d'accordo sulla necessità di rivedere il sistema dei colori.

Le regole, insomma, devono cambiare. Ma non c'è accordo sul come. Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, vorrebbe un'Italia in giallo con passaggi di colore su base provinciale e comunale, quello della Toscana, Eugenio Giani, spinge per criteri più trasparenti e oggettivi per le valutazioni. Nel documento finale, Bonaccini sottolinea la necessità di rivedere e semplificare i criteri e i parametri di classificazione: «Serve un respiro più lungo ed un'analisi approfondita dei luoghi e delle attività, anche in base ai dati di rischio già accertati». C'è poi la questione della tempistica: «Occorre che le misure siano conosciute con congruo anticipo e tempestività dai cittadini e dalle imprese». E dei ristori: «Tutte le Regioni hanno richiesto che per i provvedimenti che introducono restrizioni particolari per singoli territori si attivino anche contestualmente gli indennizzi per le categorie coinvolte». Per questo è necessario che i provvedimenti restrittivi regionali siano adottati con l'intesa del ministro della Salute.

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Commenti
Ritratto di 02121940

02121940

Dom, 21/02/2021 - 13:46

La malattia cinese è molto pericolosa e quindi è indispensabile la prudenza, da parte di tutti, soprattutto da parte degli anziani. Però le pesanti disposizioni impartite dall’ex Presidente Conte erano e restano esagerate, utili solo al governo Conte in funzione dei suoi Dpcm, quindi sostanzialmente inutili.