L'ora della rabbia su Brusca. "È un'offesa a tutta Italia"

Indignazione trasversale per la scarcerazione del boia. Ma l'ex procuratore Grasso: lo Stato ha vinto tre volte

L'ora della rabbia su Brusca. "È un'offesa a tutta Italia"

È un miscuglio di ragione e sentimenti, di leggi necessarie ma crudeli e a volte abusate, per alcuni un simbolo del summum ius summa iniuria. La scarcerazione di Giovanni Brusca sconvolge il mondo politico e non solo, scompagina la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, anche per l'efferatezza dei crimini. Brusca, al cui reale pentimento credono in pochi, ha confessato di aver attivato il telecomando della strage di Capaci il 23 maggio del 1992 e di aver dato ordine di uccidere nel 1996 il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, che tutti ricordano nella foto a cavallo, strozzato con una corda e disciolto nell'acido per punire il padre Santino, e impedirgli di continuare a collaborare.

Ci sono poi le testimonianze controverse in tanti processi, fino al suo ruolo di accusatore dell'allora colonnello e poi generale dei carabinieri Mario Mori, colui che ha catturato Totò Riina: Mori, arrivato in Sicilia come uomo di fiducia di Dalla Chiesa, da capo dei Ros aveva indagato sul dossier mafia-appalti al quale Falcone si impegnò, continuando a informarsi con Mori anche dopo il suo trasferimento a Roma e sul quale, dopo la morte di Falcone, Borsellino aveva chiesto di indagare. Gli fu concesso la mattina del 19 luglio 1992, il giorno in cui fu ucciso. Contraddizioni, misteri e ferite che continuano a sanguinare.

È difficile distinguere l'indignazione del segretario della Lega, Matteo Salvini («non è questa la giustizia che gli italiani si meritano»), o della presidente di Fdi, Giorgia Meloni («una sconfitta per tutti, una vergogna per l'Italia»), dalle dichiarazioni del coordinatore azzurro, Antonio Tajani («impossibile credere che possa meritare qualsiasi beneficio, la sua uscita fa venire i brividi»), e anche dalle parole del segretario del Pd, Enrico Letta («un pugno nello stomaco, tutti gli italiani si sono chiesti come sia possibile»).

D'altra parte se Salvini e parte del centrodestra sostengono che «la legge sui pentiti va cambiata», non così molti esponenti del Pd, a partire dall'ex magistrato Luciano Violante («la legge ha salvato molte vite») e nemmeno Italia viva che con il presidente Ettore Rosato dice che «non sempre le decisioni più istintive sono quelle giuste».

Un caso limite anche per chi difende la legislazione sui pentiti, tanto che persino Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia della Regione Sicilia ed esponente della sinistra radicale, si dice «indignato» perché «Brusca avrebbe potuto dire molto di più, contribuire molto di più per arrivare alla verità e di certo ora non lo farà più». Più ottimista l'ex procuratore capo di Palermo Pietro Grasso, esponente di Leu: «Con Brusca lo Stato ha vinto tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l'impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborarono, non la vedranno mai». Aggiunge, da grande conoscitore delle vicende processuali: «Ora lo Stato dovrà proteggerlo: è importante che Brusca resti vivo e possa andare a testimoniare nei processi».

Colpiscono Salvatore Borsellino, fratello di Paolo («la scarcerazione ripugna ma la legge va accettata»), e la professoressa Maria Falcone, che dopo la morte del fratello ha dato vita alla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone: «Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello, e quindi va rispettata», anche se Brusca è «un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso».

Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Falcone, Antonio Montinaro, chiede di cambiare la legge. È ancora Salvatore Borsellino a ricordare che il progetto Falcone prevedeva anche il carcere duro dell'articolo 41 bis e l'ergastolo ostativo: «Senza l'ergastolo ostativo tra cinque anni questa persona sarebbe stata libera senza neppure aver collaborato con la giustizia». Tema oggi di grande attualità.

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