L'ospedale degli alpini saluta l'ultima paziente

Dimessa una donna, un centinaio le persone trattate nella struttura tirata su in dieci giorni

L'ospedale degli alpini saluta l'ultima paziente

L'ultima paziente salvata dal virus è stata dimessa sabato mattina dall'ospedale degli alpini nella Fiera di Bergamo. Un caso del destino, alla vigilia del 24 maggio, il giorno della «Leggenda del Piave», l'inno ai nostri fanti e agli alpini, che nel 1915 prendevano d'assalto le linee austriache per liberare le terre irredente. Oltre un secolo dopo abbiamo combattuto un'altra «guerra» contro un nemico invisibile e ancora una volta gli alpini sono stati in prima linea. In mimetica a trasportare le bare delle vittime di Bergamo, a sanificare le strade delle città infette, assieme alla protezione civile e col fiore all'occhiello dell'ospedale tirato su a tempo di record alla Fiera della città martire.

«L'ospedale è stata una vittoria contro il virus non solo di noi alpini, ma del nostro popolo», sottolinea al Giornale Carlo Macalli, rappresentante delle penne nere a Bergamo. Carla Spelegatti, 71 anni, è stata l'ultima paziente colpita dal Covid-19 a venire dimessa dalla struttura messa in piedi dall'Associazione nazionale alpini, quando gli ospedali stavano collassando travolti dalla pandemia. Alle nove di sabato l'hanno trasferita in una struttura riabilitativa. L'ospedale da campo della Fiera di Bergamo conta 142 letti, la metà di terapia intensiva. Nel primo mese sono stati ricoverati e salvati 52 pazienti infetti, ma fra il turn over e quelli che non hanno avuto bisogno di venire intubati sono un centinaio i malati trattati nel gioiello degli alpini.

La storia di successo dell'ospedale nato dal nulla inizia il 6 aprile. In dieci giorni l'Associazione nazionale alpini mobilita un piccolo esercito solidale che costruisce l'ospedale in quattro giorni di meno rispetto a quello cinese di Wuhan. «C'era bisogno di risposte concrete - spiega asciutto Macalli -. La forza di volontà ha fatto il resto». Neanche un soldo chiesto allo Stato e all'Europa, le risorse sono arrivate da imprenditori e lavoratori locali, una grossa banca grazie a una raccolta fondi di 800mila euro e pure da Papa Francesco che ha contribuito con 60mila euro.

Non è stato solo un esempio di efficienza e solidarietà, ma un mezzo miracolo che ha mobilitato in prima linea realtà agli opposti sotto il grande cappello egli alpini. Alla Fiera sono arrivati fra i primi medici, infermieri e rianimatori della squadra militare russa inviata dal Cremlino. Una grande Ong come Emergency non si è tirata indietro schierando 34 operatori, che hanno gestito una bella fetta della terapia intensiva. E fra loro ci sono veterani della «guerra» alla peste di Ebola in Sierra Leone. «Grazie Alpini. Grazie Bergamo per la tua forza», ha scritto il presidente della Regione Lombardia su Facebook, Attilio Fontana, il giorno dopo le dimissioni dell'ultima paziente.

Qualcuno dirà che sono stati trattati pochi pazienti o che la struttura non serviva, ma sono proprio il lavoro di squadra lanciato dagli alpini, la grande mobilitazione e la solidarietà le «medaglie» di questo progetto, che non chiude i battenti. L'ospedale delle penne nere inizia da oggi la trasformazione in un grande ambulatorio riservato ai pazienti Covid dimessi dal Papa Giovanni, il principale nosocomio di Bergamo. «Si tratta di spostare alcuni pannelli e poi procederemo con la sanificazione - spiega Sergio Rizzini, responsabile della struttura per l'Ana -. Verranno trattati una decina di pazienti al giorno». E se il nemico invisibile rialzasse la testa l'ospedale degli alpini tornerà a fare da baluardo, come le penne nere dal 24 maggio 1915 con la «Leggenda del Piave».

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