L'ottimismo di S&P sugli effetti: -0,3% del Pil. Ma la recessione globale sembra alle porte

L'agenzia sottostima i rischi. L'Opec taglia la produzione: prezzi a rischio crollo

Una puntura di spillo, appena percettibile e solo un po' fastidiosa. A dar retta a Standard&Poor's, l'impatto del coronavirus sulla crescita globale sarebbe roba catalogabile alla voce «Pil indolor». Manca solo la bimbetta sorridente nell'annunciarci la scalfittura di un miserrimo 0,3% al Prodotto interno lordo 2020. Questo il danno, se così si può definire, provocato dalla prevista minor espansione della Cina (dal 5,7% dello scorso dicembre al 5 per cento). All'outlook dicembrino di S&P, basta dunque sottrarre 30 punti base per scoprire che il pianeta crescerà quest'anno di un rotondo 3 per cento. Pericoli di recessione, manco a parlarne.

Insomma, il fortino economico è sufficientemente protetto? Sì, se si dà per buono il pilastro su cui l'agenzia di rating poggia le proprie previsioni. Questo: «L'epidemia sarà contenuta entro la fine di marzo». Anche senza tener conto del periodo stimato in 18 mesi prima della messa a punto di un vaccino, alla luce della proliferazione dei casi di contagio e non conoscendo il reale numero degli infettati, l'affermazione appare azzardata. Inoltre, il marginale impatto sullo sviluppo del pianeta prefigurato dalla società Usa sembra voler negare ciò che è sotto gli occhi di tutti e ha messo in allarme governi, banche centrali e aziende. Da Oriente a Occidente. Partendo da una congettura tutta da dimostrare, S&P ipotizza un rimbalzo del Dragone nel terzo trimestre, quando invece non pochi economisti sostengono che il ritmo di sviluppo dell'ex Impero Celeste rallenterà di almeno due punti percentuali quest'anno. Nella sostanza, il Pil cinese crescerebbe di un asfittico 4%, un livello che rischia di scardinare il piano contro la povertà varato da Xi Jinping, basato su una crescita del 6%. Ma a rendere ottimistiche le previsioni di S&P non è solo l'aumentato peso di Pechino sullo scena mondiale rispetto ai tempi della Sars (4% del Pil globale allora, contro il 16% di oggi), ma l'impossibilità di calcolare il danno su scala internazionale derivante dall'infarto collettivo subìto dalla manifattura cinese, con preoccupanti interruzioni della catena degli approvvigionamenti. Molte, troppe aziende continuano infatti la serrata da virus. General Motors ha annunciato ieri la sospensione provvisoria in Corea del Sud delle attività in due linee di assemblaggio per la carenza di componenti dalla Cina, allungando la lista della major automobilistiche (da Volkswagen a Kia, da Toyota a Bmw) costrette alla resa dall'epidemia. E se il settore del turismo piange e quello del lusso si lecca le ferite, con Kering che ha abbassato le saracinesche delle boutique cinesi di Gucci, Balenciaga e Saint Laurent, lo svuotamento delle strade e i minori consumi energetici delle fabbriche cinesi stanno presentando il conto anche all'Opec, che ha tagliato di 230mila barili al giorno, a quota 990mila, la crescita delle domanda globale di petrolio. In assenza di tagli alla produzione, i prezzi del greggio potrebbero crollare dagli attuali 54 dollari al barile a 40 dollari e mettere in ginocchio molti Paesi produttori. Quanto all'Eurozona, se S&P stima un impatto dello 0,1-0,2% sul Pil 2020 causato dal virus e una crescita quindi dello 0,8-0,9%, i segnali che arrivano dalla Germania, dove la produzione industriale è crollata in dicembre del 4,1% annuo, indicano invece un'attrazione fatale verso la recessione. E se Berlino cade, l'effetto domino sul Vecchio continente è inevitabile. Gli Stati Uniti possono forse, da soli, reggere il peso di un mondo in bilico? Difficile. Prepariamoci, dunque: quel cuscinetto del 3% firmato da S&P può rivelarsi più sgonfio di un materassino bucato. E farci dormire davvero male.

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