Valter Lavitola (nella foto) resta negli uffici della Procura di Roma poco più di due ore, prima di uscire da un ingresso secondario accompagnato dai suoi avvocati Sergio e Arturo Cola. Sceglie di non rispondere ai pm e alle accuse di strage aggravata dal metodo mafioso per essere il presunto mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso 16 ottobre. Rilascia però dichiarazioni spontanee: "Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente", avrebbe sostanzialmente detto, aggiungendo di essere "sconcertato" dalle contestazioni alla luce del legame di "fraternità" con il conduttore di Report: "Ci vediamo quasi tutti giorni, le nostre famiglie si frequentano, andiamo a cena spesso. È un'amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente". Cosa ci faceva allora "nei pressi dell'abitazione" di Ranucci, come accertato dalle celle telefoniche, un mese prima della bomba con il suo tuttofare camerunense Clesio Tavares? I suoi legali sostengono che Lavitola spesso "andava lì a trovare Ranucci". Ma il conduttore, rileggendo la cronologia dei messaggi, ha già escluso che quel giorno si siano incontrati da lui, anche se ha ipotizzato un'altra spiegazione, come vedremo.
Resta dunque il giallo su chi o cosa avrebbe spinto l'ex editore dell'Avanti, tramite il suo braccio destro e autista Tavares, cittadino camerunense dipendente della società "Cefalù" con cui Lavitola gestiva il proprio ristorante, ad assoldare una banda criminale di Avellino per piazzare l'ordigno. Il rapporto con Ranucci era molto stretto e di "affetto", tanto che Lavitola è stato anche ospite a casa del giornalista e dei suoi figli in un paio di occasioni. È anche per questo Ranucci è convinto che non gli avrebbe "mai fatto del male". E che forse la bomba era finalizzata a "fermare una notizia che sarebbe potuta arrivare a Report, un messaggio trasversale, non diretto a me". I pm però in questi mesi non hanno trovato riscontri ad altre piste, compresa quella di un'intimidazione a seguito di un'inchiesta della trasmissione su un cantiere navale legato ai clan Moccia e Contini. Viene invece considerato "un rilevante indizio del coinvolgimento" di Lavitola e di Tavares, proprio il dato ricavato dalle celle telefoniche: il 15 settembre, un mese prima dell'ordigno, i due agganciano quella che copre la zona dove abita il giornalista, a Campo Ascolano. In un'intervista a Repubblica, Ranucci ha spiegato che sapeva che "Lavitola aveva preso una casa a Torvaianica, e per andarci doveva passare da lì". Ipotesi, ricerche di spiegazioni plausibili. Per i pm invece quello sarebbe stato un sopralluogo prima dell'attentato. E non escludono nemmeno un'opzione a cui lo stesso conduttore non crede. Quella di una sorta di "favore" che gli avrebbe fatto Lavitola, a sua insaputa, per rafforzare la sua immagine spesso bersaglio di attacchi per le inchieste di Report. Che sia una delle ricostruzioni al vaglio emerge anche da un messaggio rivelato dal Domani che l'ex imprenditore avrebbe inviato al giornalista mentre i carabinieri lo stavano perquisendo. "Mi dicono che hanno elementi inconfutabili per i quali io sarei il mandante del tuo attentato e che non sarebbe stato fatto per farti realmente del male, sostanzialmente lo avrei fatto per aiutarti". "Non scherziamo", ha commentato Ranucci a Repubblica, ribadendo di non aver certo bisogno di visibilità né di favori. Di certo i pm stanno passando al setaccio telefonini e dispositivi sequestrati a Lavitola in cerca di riscontri e possibili contatti con altri soggetti non identificati. Per chi indaga però sarebbe stato il suo tuttofare Tavares a fare da intermediario con gli esecutori materiali. E il camerunense ha fatto ritorno nel suo Paese dopo la bomba, per i pm con il sostegno di Lavitola che si sarebbe preoccupato anche di "fornirgli assistenza legale". Ma l'ex editore sostiene di "non averlo mandato in Camerun", e che lui "sta spesso lì e ciò è riscontrabile dal suo passaporto. Ora si trova nel suo Paese di origine per un affare sul carbon credit". Per il legale di Ranucci, Roberto De Vita, "qualora si accertasse il convogliamento di Lavitola", il giornalista "sarebbe una seconda volta vittima.
Alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni politiche improvvide, oltre a superare l'assurdo rischiano di essere solo strumentali ad una delegittimazione umana e professionale di Ranucci, di un'intera trasmissione e dei suoi giornalisti, presidio di libera informazione e democrazia".