Luigi, il Colle e il «bi-pensiero»

di Adalberto Signore

Il paragone è abusato, certo. Ma davanti a Luigi Di Maio che riabilita candidamente Sergio Mattarella è davvero difficile non andare con la mente al futuro distopico raccontato da George Orwell in 1984. Una similitudine per niente azzardata, visto che ancora una volta il leader del M5s realizza nei fatti e nei modi il bi-pensiero orwelliano: sostenere tutto e il contrario di tutto, dimenticando nel medesimo istante il cambio di opinione e perfino l'atto stesso del dimenticare. Fino al punto, magari, di autoconvincersi della propria buona fede, così da sembrare più credibile e non aver remore di apparire falso e bugiardo.

Non si spiega in altro modo l'ingenuità e il sorriso innocente con cui il vicepremier decide di «promuovere» il capo dello Stato ad «angelo custode del governo». Lo fa di buon mattino, dagli studi tv di Agorà, su Rai3. Certo, in politica le cose cambiano rapidamente, così gli equilibri e i rapporti di forza. Eppoi, si dirà, solo gli stupidi non cambiano mai idea. Il punto, però, è che l'inversione ad «U» di Di Maio è di quelle da manuale della comunicazione del Grande fratello di orwelliana memoria. Dove non si argomenta il perché si è cambiata opinione, ma si finge di averla sempre pensata così. Il bi-pensiero, appunto. Perché il Mattarella di cui Di Maio tesse le lodi come fosse un padre amorevole che lo ha preso per mano in questi sei mesi a Palazzo Chigi è lo stesso contro il quale ha sputato veleno in diretta tv insieme ad Alessandro Di Battista, chiedendone a gran voce l'impeachement. Era il 28 maggio e prima in tv e poi in un comizio a Fiumicino con Dibba e Virginia Raggi, Di Maio - con sguardo grave - spiegava al Paese che dopo quanto accaduto «è veramente difficile credere nelle istituzioni dello Stato». Di qui la richiesta di mettere in stato d'accusa Mattarella, reo di aver respinto il governo e boicottato Giuseppe Conte.

Pure sette mesi fa, esattamente come ieri, Di Maio sembrava sinceramente convinto dei suoi argomenti. E, chissà, magari lo era davvero, proprio come sarebbe in una riedizione aggiornata di 1984. Perché, per dirla con Orwell, bisogna «credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte» e «ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda». È così che «la menzogna diventava verità e passa alla storia».

Insomma, lo sanno anche i muri che Di Maio ha sempre avuto un'incrollabile stima, fiducia e rispetto per Mattarella e per tutto ciò che rappresenta la sua carica. Sempre.

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