Mélenchon? No, la sinistra italiana pronta a un altro disastro

Nel guardare alle politiche del 2023, nonostante le felicitazioni di superficie per il compagno d’Oltralpe, si avvìa indefessa a presentarsi ai suoi elettori con le solite alchimie elettoralistiche

Mélenchon? No, la sinistra italiana pronta a un altro disastro

Jean-Luc Mélenchon, il vincitore morale delle elezioni francesi (22%, appena 400 mila voti in meno di Marine Le Pen, fermatasi al 23,1%), è affetto da una leggera sordità d’udito che tuttavia non ne ha sminuito il carisma. La sinistra italiana, invece, non solo è sorda, ma fa di tutto per non sentirci. E nel guardare alle politiche del 2023, nonostante le felicitazioni di superficie per il compagno d’Oltralpe, si avvìa indefessa a presentarsi ai suoi elettori con le solite alchimie elettoralistiche.

Il 24 e 24 aprile a Roma si terrà il congresso di Articolo 1. Il ministro della Salute Roberto Speranza si riproporrà come segretario di un piccolo partito che intende rifluire nel Pd dopo neanche sei anni da quando lui, Pierluigi Bersani & C ne erano usciti in polemica con Matteo Renzi. Occorre costruire “una casa comune” con gli ex compagni, hanno fatto già sapere (La Repubblica, 7 aprile). Certo, quando comincia a palesarsi l’orizzonte dell’urna, ogni microparticella cerca di ritagliarsi uno spicchio di visibilità tutta propria, e quindi, per esempio, si ode un Bersani, a “Di Martedì” di Giovanni Floris (12 aprile), caldeggiare il negoziato con Putin, adombrando le responsabilità passate dell’Ucraina sulla guerra in atto e spingendosi fino a rimarcare la differenza di toni fra il commissario europeo Paolo Gentiloni (Pd) e l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Joseph Borell. Non esattamente la stessa posizione, ferreamente atlantista, del Pd di Enrico Letta.

Ma queste sono schermaglie che in certa misura fanno parte del gioco. L’abbraccio immediato con il Pd resta un’operazione intellettualmente già più onesta di quella in corso dalle parti di Sinistra Italiana, capeggiata da Nicola Fratoianni, e dei Verdi di Angelo Bonelli. Le due formazioni stanno preparando la nascita di una “cosa rossoverde” che, stando ai rumors, assommerebbe i due atavici difetti del sinistrismo “radicale”: l’ossessione per le siglette e l’ipocrisia politica. SI e Verdi starebbero pensando a un pacchetto puramente elettorale, con i due loghi fianco a fianco nel simbolo sulla scheda, tenendo ufficialmente a distanziarsi dal Partito Democratico. Non sarà stato un caso, infatti, che Fratoianni il mese scorso sia stato l’autore di una interrogazione alla Camera sulla vicenda di forniture belliche alla Colombia in cui è coinvolto l’eterna eminenza grigia del Pd, Massimo D’Alema. Ma anche questi sono fuochi d’artificio puramente tattici, fanno osservare i beninformati. Perché l’esito obbligato di “cose” o “cosine” più o meno rosse o verdi è sempre lo stesso: tentare di spazzolare quanti più consensi di nicchia per portarli poi in dote a un’alleanza scontata con il soggetto più forte. Cioè con il Pd di Letta (e D’Alema).

Nella sinistra più a sinistra, invece, si agita l’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che ha già azionato i motori della sua associazione campano-centrica, “DemA”, per comporre l’ennesimo aggregato con le frange dure e pure di Rifondazione Comunista (segretario Maurizio Acerbo) e Potere al Popolo (Giorgio Cremaschi e Viola Garofalo, fra i nomi di spicco). Entità semi-impercettibili la cui ragion d’essere, dal punto di vista dei suoi capi, è assicurare una minima forza ai tavoli negoziali non tanto per il prossimo parlamento, ma per continuare a strappare qualche ruolo negli enti locali, leggi Comuni, dove, per effetto del maggioritario a doppio turno, anche un differenziale di poche centinaia di voti può essere decisivo: un sindaco a me, uno a te, e via spartendo.

A livello nazionale, a maggior ragione dovesse andare in porto il cambio di legge elettorale passando al proporzionale con sbarramento al 5%, tutte queste pseudo-fusioni lascerebbero il tempo che trovano, rimanendo sotto soglia. Ecco perché Letta vedrebbe di buon grado sia il ritorno dei figliol prodighi di Articolo 1, facilissimi da assimilare, ma pure la copula rossoverde e ancor più la ridotta di De Magistris, Acerbo e Cremaschi: “la prima, per tenerla in ostaggio di un eventuale accordo senza il quale resterebbe fuori dal parlamento; la seconda, per vedere rosicchiare voti alla prima e per il resto lasciarla alla sua ininfluenza”, come suggerisce una disincantata fonte di quei dintorni.

In tutto questo armeggio e traccheggio resta sullo sfondo, sostanzialmente ignorato, il dato politico che giunge dalla Francia, ossia da “La France Insoumise” di Mélenchon. Mentre questa ha sbancato grazie a un programma fortemente socialdemocratico, cioè di sinistra tradizionale, che ha convinto la fascia 18-34 anni, a un’attenzione massiccia all’elettorato musulmano (7 su 10 i cittadini di fede islamica che l’hanno prescelta) e, non ultimo, a un leader anziano ma effettivamente indomito, dotato per giunta di una comunicazione d’assalto sui social, in Italia la sinistra, pur invidiando il leone rosso, a imitarlo non ci prova nemmeno. Si limita a fare quel che ha sempre fatto: rimescolare e coagulare le etichette gravitando fisso attorno a un partito, il Pd, a cui piace assai presentarsi come l’equivalente nostrano di “En marche” di Emmanuel Macron.

Così, mentre i compagni si dividono e si uniscono alla bell’e meglio, privi come sono di un capo e di una volontà unica, a strizzare l’occhio all’elettorato islamico resta Alessandro Di Battista, sulla carta l’ingrediente movimentista che manca a Giuseppe Conte per far recuperare voti a sinistra al M5S. Venerdì 8 aprile l’ultimo dei grillini vecchio stampo, si è mostrato in foto sul web per il Ramadan in compagnia di fedeli musulmani. Certo non basterà per diventare il Mélenchon italiano, ma, indirettamente, rende bene il siderale scarto d’iniziativa fra l’originale francese e i suoi presunti omologhi italiani. Tutti presi dai giochini di collocazione. E di (ufficio) collocamento.

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