Il mago del cuore artificiale senza fili. "Sogno una medicina malato-centrica"

Massimo Massetti, ordinario di Cardiochirurgia all’Università Cattolica e direttore dell’Area Cardiovascolare della Fondazione Policlinico A. Gemelli: "Terapie efficaci ma meno aggressive"

Il mago del cuore artificiale senza fili. "Sogno una medicina malato-centrica"

È stato uno dei primi cardiochirurghi al mondo ad impiantare un cuore artificiale con alimentazione senza fili. Era il 2018: ad Astana in Kazakistan due pazienti affetti da insufficienza cardiaca terminale avevano una sola possibilità di salvezza, e furono salvati da quel tipo di cuore artificiale che si ricarica senza fili (wireless), attraverso una cintura che, indossata, invia corrente al dispositivo posto nel torace del malato. Un progresso straordinario. Da allora non c’è stata pace per l’uomo che ha piazzato questo “miracolo” innovativo, ed è richiestissimo in tutto il mondo. La scorsa settimana, ad esempio, è dovuto volare a Tripoli (quella del Libano) per trapiantare un cuore a un malato dato per spacciato. Stiamo parlando di Massimo Massetti, Ordinario di Cardiochirurgia all’Università Cattolica e direttore dell’Area Cardiovascolare della Fondazione Policlinico A. Gemelli. “ La speranza è di diffondere sempre più tra i nostri pazienti questa opportunità terapeutica che rappresenta un considerevole progresso nella cura dell’insufficienza cardiaca terminale, refrattaria a ogni trattamento farmacologico” sottolinea il luminare. “ I pazienti che sono in lista per il trapianto cardiaco o coloro che ne sono esclusi per una qualsiasi causa – precisa- potranno sperare in una vita pressoché normale, senza il legame del cuore artificiale con le batterie esterne e con un rischio di infezioni significativamente ridotto”. Ma le sue imprese pionieristiche non finiscono qui. Il professor Massetti è riuscito a raffinare la tecnica di chirurgia mininvasiva (disegnandone addirittura gli strumenti) per le operazioni a cuore aperto.

Grazie a lei il Gemelli è l’unico ospedale in Italia e in Europa che pratica incisioni minime. Come è arrivato a questo?
"Questa tecnica si inserisce in una approccio che è una filosofia. Oggi la medicina è sempre più orientata a realizzare terapie il più efficaci possibile senza pagare lo scotto di interventi cardiochirurgici potentemente aggressivi. Un tempo pazienti che avevano malattie al cuore erano quasi abbandonati alla loro malattia, destinati a non essere curati perché la chirurgia era talmente aggressiva da non essere compatibile con la resistenza dell’organismo. Oggi si possono eseguire interventi a cuore aperto senza aprire il torace, attraverso cicatrici di appena due centimetri".

Due centimetri?
"Sì. Ho abbracciato questa tecnica quando lavoravo in Francia all’Ospedale Universitario di Caen, ma con il tempo l’ho modificata, affinandola, riducendo le dimensioni della ferita e disegnando nuovi strumenti. Oggi, quella del Gemelli è diventata la tecnica di riferimento e di routine per tutta la chirurgia valvolare d’Europa: con due tre centimetri di incisione e con il percorso di cura di cinque giorni il problema è risolto".

Due anni fa ha operato al cuore una donna di 97 anni.
"La paziente oggi ha compiuto 100 anni, e ha superato brillantemente l’intervento di chirurgia mininvasiva. Dopo una settimana era già tornata a casa in piena autonomia. Questo approccio è stato realizzato sulla paziente come un sarto confeziona un abito su misura. Il limite dell’età è stato superato grazie alla grande collaborazione di tutti gli specialisti che hanno messo in sinergia le proprie competenze per realizzare questo intervento chirurgico salvavita".

Instancabile e pieno di risorse, Massetti ha all’attivo circa 250 interventi all’anno, ed è capace di destreggiarsi tra la medicina, la chirurgia e gli ideali che gli fanno sognare di ribaltare il sistema sanitario tradizionale, trasformandolo in una medicina centrata sul malato. Sogno che sta diventando realtà con la costruzione dell’Ospedale del futuro all’interno dell’area del Gemelli. "La medicina del futuro è personalizzata e centrata sui problemi del malato, una medicina a misura d’uomo capace di mettere al centro la qualità delle cure somministrate al paziente in ogni momento del suo percorso: dall’insorgere dei sintomi alla risoluzione del suo problema di salute - spiega Massetti -. Una sanità che sia più al passo con i tempi, dove le nuove tecnologie incontrino le migliori competenze scientifiche in un’organizzazione basata sui bisogni del malato".

Sappiamo che, a breve, nel campus del Policlinico Agostino Gemelli sarà costruito appunto quell’”ospedale del futuro” da lei voluto e di cui ci ha appena tratteggiato la concezione.
"Sarà una costruzione progettata sul funzionamento di un organizzazione sanitaria completamente innovativa. Fino ad ora si costruivano gli ospedali per poi adattarvi modelli di cura. L’ospedale del futuro è esattamente il contrario. Il modello sanitario attuale non è più sostenibile e quindi sia la sanità pubblica che quella privata faticano a mantenere la stessa qualità delle cure mantenendo un minimo di tollerabilità. L’Ospedale del futuro ha come obiettivo primario quello di integrare persone, tecnologie e informazioni generando costantemente valore, nella risposta ai bisogni di salute dei cittadini nella gestione dei percorsi di cura. Quelli attuali purtroppo sono frammentati e focalizzati sulle prestazioni, e il vissuto dei pazienti è spesso caratterizzato dalla difficile accessibilità alle cure, dalle lunghe attese e nei casi peggiori dall’inappropriatezza delle terapie. Anche nelle strutture sanitarie più moderne e all’avanguardia si pone al centro l’esigenza dell’ospedale anziché quella del malato. La medicina è disumanizzata. Nell’ospedale del futuro, questo concetto sarà ribaltato dalla centralità del paziente".

Oggi nonostante l’informazione e la prevenzione la prima causa di morte restano le malattie cardiovascolari.
"Per un problema di cultura e forse anche di ignoranza le persone considerano le malattie ineluttabili convincendosi che appartengano agli altri e non a se stessi. Purtroppo ci rendiamo conto di non essere in salute solo quando le malattie si sviluppano. Bisognerebbe realizzare la prevenzione primaria molto prima. Perché ciò avvenga ci vorrebbe un’informazione più radicale e più dettagliata, che parta dalla scuola. Alle nuove generazioni non si parla quasi mai di prevenzione e quando si è giovani e in buona salute non si pensa che sia necessario prevenire. Eppure anche se non sono manifeste, nei primi cinquant’anni le malattie cardiovascolari incominciano a svilupparsi in sordina senza alcun segno e sintomo. Arrivano improvvisamente quando il livello della malattia mette in crisi il cuore o quando un evento scatenante la fa manifestare provocando infarti, insufficienze cardiache e altri problemi simili…".

Si possono prevenire?
"Non ‘si possono’ ma ‘si devono’ prevenire! Si devono prevenire perché sapendo ormai perfettamente come essere efficaci, non farlo è una omissione gravissima. La malattie cardiovascolari sono multifattoriali. Oltre alla familiarità genetica intervengono fattori esterni quali le abitudini alimentari errate, un certo stile di vita, lo stress da lavoro e da problemi personali, sedentarietà, ecc. Fattori che concorrono allo sviluppo precoce e grave di malattie cardiovascolari. Se si agisce su questi fattori di rischio limitandoli o annullandoli le patologie cardiovascolari si svilupperanno più tardi o addirittura possono non comparire. Gli esami appropriati potrebbero portare alla luce squilibri che una volta curati aiutano a non ammalarsi. Perché le malattie cardiache sono subdole: cinque minuti prima di un grave attacco cardiaco in genere si sta benissimo".

La soluzione?
"La messa in atto di una politica di informazione seguita da un programma di prevenzione primaria. Ogni due anni come si vanno a fare il pap test, la mammografia o la visita dall’urologo, bisognerebbe sottoporsi a uno screening cardiologico precoce. In questo modo si potranno evidenziare i rischi di sviluppare malattie cardiovascolari che nonostante il progresso restano la prima causa di morte, ancora prima della malattie oncologiche".

Rispetto a un tempo si ammalano molti più giovani?
"Sì, perché un tempo lo stile di vita era diverso da quello di oggi. Nei paesi occidentali si vive bene, ogni nucleo familiare possiede almeno due o tre vetture. Qualche anno fa si camminava di più, si raggiungeva il luogo di lavoro a piedi o in bicicletta e lo stile di vita era molto più semplice e salutare. Anche i lavori sono sempre più sedentari, si mangia di più con una cucina più ricercata e gustosa ma più ricca di elementi dannosi all’organismo: grassi, proteine animali, zuccheri. Tutti questi fattori aumentano la diffusione delle malattie cardiovascolari tra i giovani e le donne, protette solo fino alla menopausa. Anche l’obesità, che sta diventano un problema sociale, è un fattore scatenante delle le malattie cardiovascolari precoci. Il bambino obeso è un potenziale futuro malato perché ha un metabolismo completamente disequilibrato che scatenerà inevitabilmente una resistenza precoce all’insulina e la predisposizione al diabete".

Quali sono i sintomi che ci devono allarmare?
"Affanno improvviso, difficoltà a respirare soprattutto durante una corsa o uno sforzo. Dolori al petto, senso di malessere o oppressione dietro allo sterno o a livello delle mandibole: questi sono i sintomi tipici che possono annunciare l’arrivo di un infarto. Ma anche senso di malessere o di dolore alla base del collo, dolori che vengono definiti anginosi atipici, perché il dolore che annuncia l’arrivo di un infarto è un dolore al petto, nella regione del cuore, forte e duraturo. Quando si avvertono questi sintomi bisogna chiamare subito il 118".