La riforma della legge elettorale sarà il piatto forte dell'ultimo scorcio di legislatura. E se la storia della Seconda Repubblica racconta che non porta fortuna intervenire in questa direzione, la maggioranza intende sfatare questo tabù. Obiettivo dichiarato: dotare l'Italia di un sistema di voto che garantisca stabilità e governabilità. In estrema sintesi, il giorno dopo le elezioni ci deve essere un vincitore, niente pareggio che porterebbe al rischio concreto di larghe intese.
Il testo da cui si parte è un proporzionale puro con un premio che scatterebbe se una coalizione raggiunge il 40%: 70 seggi aggiuntivi alla Camera, 35 al Senato. Ed è qui che si annida il primo nodo della discussione di queste ore, l'entità del premio di maggioranza che secondo una parte dei costituzionalisti potrebbe superare la soglia "costituzionale" del 55% e incidere di conseguenza sull'elezione del Capo dello Stato. Dibattito aperto. A confermarlo Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia ma soprattutto uno degli sherpa della maggioranza, che ieri in commissione Affari costituzionali ha ribadito un concetto: "Niente è precostituito, siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c'è un pacchetto chiuso anzi abbiamo rivolto appelli e faremo tavoli con le opposizioni, mi auguro. Siamo pronti a discutere anche sui tetti". Il non detto è che si vuole rendere il premio meno esposto ai rilievi della Consulta. Senza dimenticare che i dubbi dei costituzionalisti rimandano anche al rischio di produrre maggioranze differenti tra Camera e Senato.
Come del resto ci sono perplessità su come attribuire i seggi assegnati con il premio: un listone bloccato di 70 nomi o una ricompensa assegnata in modo proporzionale scorrendo le liste? Non è dato sapere al momento quale sarà il punto di caduta, anche perché il confronto è appena iniziato.
In questa cornice non bisogna dimenticare l'altro oggetto della contesa rappresentato dalle preferenze. Reintrodurle, stando alle dichiarazioni di tutti, sembra essere una battaglia di tutti. Dopodiché si capirà in commissione e in aula quanti saranno i frenatori delle preferenze. Ma prima di tutto si dovrà capire se andrà o meno in porto il dialogo tra maggioranza e opposizioni. I capigruppo dei partiti che compongono la coalizione di governo, dopo essersi riuniti tra loro, hanno avviato i primi contatti con gli omologhi del campo largo. La linea telefonica è aperta, ma è subito chiusa dal capogruppo del M5S, Riccardo Ricciardi: "La sede per discutere di legge elettorale è quella della commissione Affari costituzionali". Come dire, niente patti segreti dietro le quinte. D'altro canto, la direttrice ufficiale diffusa dalla compagine progressista è di rimandare al mittente la proposta della maggioranza di sedersi al tavolo per modificare lo Stabilicum. Peppe Provenzano, deputato e membro della segreteria Schlein, voce molto influente nelle dinamiche interne al Nazareno, non ha dubbi: "Non ci sono le condizioni politiche per un dialogo. Lo dimostrano le stesse modalità che hanno scelto". In scia Vittoria Baldino (M5S): "Non passa lo straniero. Noi non daremo aiuto a un governo che vuole scrivere la legge elettorale su misura".
Porte chiuse, anche perché viene confidato a bassa voce che il centrosinistra si trova in una posizione win win. Lasciare l'attuale sistema di voto viene visto dal Pd come lo scenario ideale. La presenza dei collegi uninominali - dove oggi il campo largo sembrerebbe essere in vantaggio - consentirebbe di accontentare gli altri azionisti della coalizione, da Italia viva di Renzi a Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. Senza dimenticare il M5S, che sarebbe "premiato" nel Mezzogiorno, dove ci sono i nostalgici del reddito di cittadinanza. Inoltre, se si votasse domani il campo largo riuscirebbe a prevalere di pochi seggi alla Camera e in maniera più solida al Senato. Ed è la ragione per cui diversi dirigenti di prima fascia del Nazareno tifano per lo status quo.
Nell'attesa Schlein tiene una linea ben definita, così spiegata in Transatlantico: "Elly vuole la stessa legge di Meloni ma non lo può dire. E allora si serve di questo stratagemma: approvatela voi e io mi prendo i benefici. Al più mi tengo la stessa e sarà comunque un successo".