"Le mascherine sono finite". Arcuri nel mirino: "Si dimetta"

Allarme delle farmacie. Forza Italia, Iv e Confindustria contro il commissario. È giallo sul massimo ricarico

"Le mascherine sono finite".  Arcuri nel mirino: "Si dimetta"

«Stiamo discutendo di fissare il prezzo di un bene che non c'è». La battuta del dottor Roberto Tobia, segretario nazionale di Federfarma, fotografa il dibattito surreale sulle mascherine. Ieri l'associazione di categoria ha chiarito ufficialmente che delle 12 milioni di mascherine della Protezione civile promesse da Domenico Arcuri, nelle farmacie non c'è traccia. «Di per sé sono già poche, basta dividerle per le 19mila farmacie italiane per rendersene conto -incalza il dottor Tobia- se poi ne arrivano solo tre milioni come è successo in questi giorni, significa che spariscono in 15 minuti. Come si può affrontare la Fase 2 in queste condizioni?». E attacca anche Confindustria Moda: «Mi viene da dire che Arcuri è consigliato male», scandisce Gianfranco Di Natale, uno dei due co-direttori dell'associazione.

Il sistema di distribuzione è inceppato e al caos si aggiunge ora anche il giallo di un misterioso allegato alla bozza del «decreto Rilancio», la norma-primula rossa del governo Conte. Dall'articolo 47 si evince un cambio di strategia rispetto al prezzo calmierato di 50 centesimi imposto dal commissario straordinario e rivelatosi un flop clamoroso. Il problema è che la norma rimanda a un «allegato 1» il cui contenuto per ora è sconosciuto.

In ogni caso, il fatto stesso che si pensi di cambiare appare come una sconfessione dell'operato di Arcuri. E infatti da ieri le critiche si sono fatte più nette. All'interno della maggioranza, duro il giudizio del deputato di Italia viva Gianfranco Librandi rispetto al prezzo calmierato delle mascherine: «Una scelta improvvida e insensata di Arcuri». E a chiedere le dimissioni di Arcuri ora ci sono Benedetto della Vedova, segretario di +Europa, e Sestino Giacomoni di Forza Italia: «Un disastro: a tre mesi dall'emergenza ancora mancano mascherine, guanti e disinfettanti».

Arcuri, navigato boiardo di Stato salito in auge ai tempi di Massimo D'Alema, ha appoggi importanti. Giuseppe Conte, secondo un ritratto dell'Espresso, lo stima da quando fornì un aiuto decisivo per sbloccare un finanziamento destinato alla Capitanata foggiana, terra d'origine del premier. E con Luigi Di Maio al Mise, Invitalia, la società guidata da Arcuri, fu scelta come partner fondamentale per costruire la parte informatica del reddito di cittadinanza.

Il malcontento per il caso mascherine, e per altre forniture mediche che continuano a scarseggiare (vedi i reagenti per tamponi per i quali è partita solo ieri una gara internazionale) è però destinato a durare. Mauro Del Barba, deputato lombardo di Iv, ha scritto una lettera aperta ad Arcuri sottolineando gravi criticità nella gestione delle mascherine e il commissario lo ha chiamato: «Una lunga conversazione -dice Del Barba- che mi ha restituito la convinzione che le criticità segnalate sono ancora lì intatte». Del Barba non vuole lanciare accuse: «Noi vorremmo aiutare a far funzionare le cose: se Arcuri è in grado di fissare un prezzo fuori mercato e far arrivare lo stesso le mascherine, io lo applaudo Ma per ora i fatti dicono altro». Gli importatori, conferma il deputato, sono stati scoraggiati con la politica dei sequestri nelle Dogane, mentre si coltivava l'obiettivo di una filiera di produzione italiana che coprisse il 100 per cento del fabbisogno. Il problema è che al momento, dati forniti da Arcuri in audizione parlamentare, copre solo il 25%. E gli importatori, spaventati da sequestri e prezzo imposto, stanno iniziando a vendere le mascherine ad altri Paesi. «E ora -aggiunge Del Barba- sono nei guai anche tanti produttori italiani che avevano riconvertito l'attività senza sapere che il prezzo fissato avrebbe impedito loro di rientrare degli investimenti»

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