Maturità senza scritti nell'era delle polemiche sulla lingua "corretta"

Mentre si dibatte se scrivere con asterischi e altro, la scuola si gira dall'altra parte

Maturità senza scritti nell'era delle polemiche sulla lingua "corretta"

Per 540 mila studenti, ieri è cominciato l'esame di Stato, la cosiddetta «maturità» rivista e corretta a causa del Coronavirus. Principale innovazione: via le prove scritte. Quest'anno l'esame consiste in un maxi orale fondato su un «elaborato» (leggi: tesina) prodotto nel corso dell'anno con l'aiuto dei docenti. Come contorno, l'interrogazione su un testo di italiano, l'analisi del materiale fornito dalla commissione (un'opera d'arte, ad esempio) e un colloquio sull'esperienza scuola-lavoro.

La soppressione delle prove scritte costringe a interrogarci su quale sia la reale importanza attribuita alla nostra lingua dalle istituzioni scolastiche. Numerose università sono state costrette, nei decenni, a inserire la frequenza obbligatoria di corsi di recupero di lingua italiana. I licei infatti sfornavano studenti incapaci di scrivere un testo. Anche gli atenei hanno ottenuto risultati discutibili. I nostri laureati sono tuttora agli ultimi posti in Europa nella comprensione di una pagina scritta.

Certo, se la scuola stessa rinuncia a verificare questo aspetto fondamentale dell'istruzione, c'è poco da fare. Naturalmente, le autorità tirano in ballo problemi di ordine sanitario legati ai trasporti e agli spostamenti. Tuttavia, i ragazzi di molti licei, pur seguendo le lezioni in didattica a distanza, sono andati per tutto l'anno a scuola nei giorni delle verifiche scritte, ritenute indispensabili dai docenti. Organizzarsi quindi non era certo impossibile. Ma la scuola soffre sempre degli stessi problemi: troppe chiacchiere retoriche, troppi ministri che oscillano tra l'incompetenza e il desiderio di intestarsi almeno una riforma, anche piccola, regolarmente affossata dagli scafati burocrati del ministero. Va bene qualunque tipo di riforma tranne l'unica necessaria: l'abolizione del valore legale del titolo di studio, il mitico «pezzo di carta». Troppo liberale per un Paese come il nostro.

Il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi ha difeso le modalità di quest'anno, considerandole buone al punto da poter essere adottate anche nel futuro privo di Covid. Ma il «maxi-orale» di «maxi» non ha nulla, durerà circa un'ora come è sempre stato.

Questo segnale di disattenzione verso la lingua scritta arriva nel momento in cui è massima l'attenzione verso... la lingua scritta. Tra le mode intellettuali del momento, c'è il considerare la grammatica una convenzione borghese da sovvertire. Ogni settimana il politicamente corretto mette in discussione uno o due pilastri della lingua italiana, in attesa di veder crollare l'intero edificio. Pazienza, ringraziamo comunque i poveri Dante Alighieri, Pietro Bembo e Alessandro Manzoni, che si sono dannati l'anima per fornirci uno strumento linguistico adatto alla comunicazione nell'intera penisola. Tutto inutile, fatica sprecata. Le femministe, ad esempio, ritengono che il vocabolario rifletta la secolare sottomissione della donna. All'inizio fu il dibattito tragicomico su come andasse chiamata una donna al vertice di istituzioni: presidente, presidentessa o presidenta? Sindaco o sindaca? Avvocato, avvocatessa o avvocata? Una questione di utilità pari a zero. Poi arrivarono i geni della comunicazione e proposero di introdurre l'asterisco per far capire che un discorso è rivolto indistintamente a donne e uomini senza presupporre umilianti gerarchie. Capito, car* amic*? Siccome l'asterisco non sembrava bellissimo, ora vorrebbero sostituirlo con un nuovo carattere, chiamato Schwa (dall'antica radice indoeuropea) che si trascrive con una e rovesciata. Sotto tiro anche i pronomi personali, accusati di sessismo. Demi Lovato, una cantante famosa negli Usa, ha deciso di parlare di se stessa alla terza persona plurale. «Loro» (Demi Lovato) ritengono di contenere moltitudini e di essere, di giorno in giorno, uomo o donna o entrambe le cose.

Così non si capisce più niente, direte voi! In effetti avete ragione ma il politicamente corretto ha fatto un salto di qualità. Un tempo si limitava a coniare eufemismi per cui un nano era «diversamente alto». Oggi invece si spinge dentro alla testa di chi parla e scrive, come fanno tutte le dittature, per ottenere una resa totale e perfino convinta. E per entrare nella nostra testa non c'è niente di meglio che impadronirsi della lingua con la quale pensiamo e ci esprimiamo. È un classico dei paesi totalitari.