May gira l'Europa per salvare Brexit

Incontri con il premier olandese Rutte e la Cancelliera: «Ma l'intesa non si tocca»

Davide Zamberlan

Londra Dopo avere rinviato lunedì il voto dei Comuni sull'accordo per la Brexit, Theresa May ha ieri cominciato un mini tour de force tra le principali capitali europee: la mattina in Olanda a colloquio con il primo ministro Mark Rutte; a pranzo con Angela Merkel a Berlino, dove ha anche incontrato la nuova leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer. Il pomeriggio a Bruxelles, a confronto con il presidente della Commisione Europea Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Domani sarà poi la volta di Leo Varadkar a Dublino, dove discuterà con il primo ministro irlandese il principale ostacolo all'approvazione dell'accordo da parte del Parlamento di Londra, la clausola di backstop per scongiurare il ritorno a un confine fisico nell'isola d'Irlanda.

Ma di cosa ha parlato Theresa May con i leader europei, poche ore dopo una clamorosa marcia indietro sul voto parlamentare, negata fino alla mattina di lunedì dallo stesso Michael Gove, uno dei suoi ministri più in vista? Quale nuove idee e soluzioni e clausole da aggiungere al testo della bozza può aver portato all'attenzione dei colleghi europei, che non siano già state discusse e ponderate nei 18 mesi precedenti? Angela Merkel, dopo l'incontro con May, ha escluso che l'accordo possa essere ridiscusso. Il primo ministro inglese aveva dichiarato lunedì in Parlamento che sarebbe ritornata a parlare con i leader europei per avere ulteriori rassicurazioni che la clausola di backstop sarebbe stata temporanea e che il Regno Unito non sarebbe rimasto legato a Bruxelles per un periodo indefinito. «Rassicurazioni» è la stessa parola usata ieri da Merkel, che più in là non può o non vuole spingersi. La bozza è quella e non si cambia, è lo stesso mantra ripetuto da Juncker dopo l'incontro con la premier inglese. Ci può essere spazio per «ulteriori chiarimenti», ha detto al Parlamento europeo. In che cosa consistano, non è chiaro. Alcuni funzionari europei hanno dichiarato che si può pensare di emendare la dichiarazione politica in alcuni suoi dettagli, spiegare meglio la temporaneità della clausola di backstop. Che tuttavia è la parte non vincolante dell'accordo, il libro dei buoni propositi. La parte vincolante, quella che contiene i dettagli legali, non si tocca. Theresa May non ha molto da offrire ai colleghi europei, forse null'altro che la sua debolezza e la prospettiva che tutti temono. Una hard Brexit, uno shock economico e finanziario dalle conseguenze imprevedibili sia per il Regno Unito che per l'Unione Europea. Ora che ha rinviato il voto rendendo palese l'insostenibilità della sua posizione, è forse questa la sua ultima carta. Attendere, far trascorrere il tempo, rendendo di giorno in giorno più probabile la prospettiva di una hard Brexit. Che, tra le altre cose, porterebbe in dote il ritorno a un confine tra Irlanda e Irlanda del Nord.

Anche la politica interna inglese sembra essersi sintonizzata sull'attendismo di May. Corbyn minaccia in Parlamento di chiedere un voto di fiducia, il Labour è pronto ma non si muove. Lo è da settimane anche l'ala più antieuropeista del partito conservatore, deve raccogliere 48 lettere per sfidare internamente la l'autorità di May, ogni giorno sembra essere sul punto di esserci ma nulla accade. Anche nel pomeriggio di ieri sono circolate indiscrezioni sul raggiungimento delle 48 lettere di sfiducia. Qualche tweet eccitato di parlamentari e commentatori, smentite e poi nulla di fatto. Nessuno compie la prima mossa. Con May in sella un giorno in più. Un gioco di dichiarazioni e smentite in cui tutti hanno paura di fare la prima mossa, di partire troppo presto e farsi superare poco prima del traguardo.

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