A una settimana esatta dal lunedì nero della batosta referendaria, nella maggioranza ancora non si è davvero posata la polvere di una sconfitta che nelle dimensioni è stata del tutto inattesa. Dopo lo scossone iniziale che ha portato alle dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, infatti, nessuno ha realmente idea di come Giorgia Meloni voglia risolvere il nodo del ministero del Turismo e di come abbia intenzione di rilanciare l'attività di governo. Al punto che viene da supporre che la stessa premier ancora non abbia sciolto le sue riserve. Di certo, il silenzio di questa settimana, non fa che alimentare rumors su scenari più o meno plausibili e a volte persino impossibili. Con il toto-nomi per il dopo Santanchè che vede rimbalzare di bocca in bocca i soliti noti. Dal romano Gianluca Caramanna, responsabile turismo di Fdi, a Salvo Sallemi, vicecapogruppo al Senato di Fdi. Altamente improbabile, invece, che possa toccare ad Alessandra Priante, voluta da Meloni alla guida dell'Enit nel 2024. Ma lo scenario sulla quale starebbe lavorando la premier - che anche per questo si sarebbe presa una settimana di riflessione - è quello di approfittare del cambio in corsa per sistemare anche alcun criticità. Così, c'è chi ha ipotizzato un ingresso di Luca Zaia, che potrebbe prendere il posto del non troppo amato Adolfo Urso che verrebbe dirottato dal ministero delle Imprese e made in Italy al Turismo. Un'ipotesi che pare essere in calo. É vero che Matteo Salvini potrebbe essere contento di blindarsi nel partito portando il Doge a sedere in Consiglio dei ministri (sempre che il diretto interessato sia d'accordo), ma è altrettanto vero che uno sbilanciamento del governo a favore della Lega non farebbe che destabilizzare ulteriormente una Forza Italia già in grande agitazione. Per quanto riguarda le deleghe di Delmastro, lo scenario resta duplice: o saranno spalmate tra gli altri due sottosegretari alla Giustizia, Paolo Sisto (Forza Italia) e Andrea Ostellari (Lega) o saranno affidate a un nuovo sottosegretario di Fdi (il nome in pole rimane quello di Sara Kelany). Il quadro, insomma, non è ancora definito. Tanto che pure al Quirinale seguono l'evolversi della situazione senza avere idea se l'intenzione della premier sia una sostituzione chirurgica o un rimpasto (che non comporterebbe le dimissioni e dunque quel bis che farebbe perdere a Meloni l'opportunità di arrivare al 4 settembre e diventare il governo più longevo della Repubblica).
Se la premier sceglie la via del silenzio - ieri ha passato tutta la giornata a Palazzo Chigi a lavorare su nuove misure per contrastare i rincari energetici da approvare dopo Pasqua - a escludere qualsiasi scenario di voto anticipato sono i suoi due vice, Antonio Tajani e Salvini. "Quando c'è un risultato negativo ci sono dei contraccolpi, ma nessuno pensa a elezioni anticipate", spiega il leader di Forza Italia ospite del forum di Vespa e Comin & Partners. "Il governo tira dritto e arriva a fine legislatura senza nessun dubbio e senza nessun tentennamento", gli fa eco il segretario della Lega. Ed anche alcuni big di Fdi insistono sul punto. "Non mi sembra che siano proprio in tantissimi a chiedere il voto anticipato. Per quel che riguarda noi - spiega il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida - l'impegno è andare alle elezioni politiche, perché è quello il momento in cui si giudica l'azione di un governo". Conferma Giovanni Donzelli. "Nessuno della maggioranza - dice il responsabile organizzazione di Fdi - ha mai ipotizzato il voto anticipato. Escludo che ci sia una interruzione anticipata dell'attuale governo".
Sullo sfondo, resta la questione della riforma della legge elettorale. L'iter inizierà oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera e Meloni sarebbe decisa ad andare avanti.
In realtà la strada è impervia, le opposizioni sono già in trincea e non è scontato che nelle prossime settimane si possano creare tensioni anche nella maggioranza. D'altra parte, è un dato di fatto che Forza Italia e Lega - anche se per ragioni diverse - potrebbero non avere alcun vantaggio da un proporzionale con premio di maggioranza.