"Il Partito democratico che sosteneva la separazione delle carriere, che dovrebbe dire? Il Movimento 5 Stelle che sosteneva il sorteggio per i membri del Csm, che dovrebbe dire? Nicola Gratteri che sosteneva anche lui il sorteggio, che dovrebbe dire?". In quello che è a tutti gli effetti lo sprint finale di una campagna referendaria che si va sempre più scaldando, Giorgia Meloni punta il dito su "tutti quelli che hanno cambiato idea" e che siccome "non sono loro ma un governo di destra" e "antipatico" a proporre la riforma della giustizia oggi "gridano" alla "deriva illiberale", al ritorno del "fascismo" e "all'attentato alla democrazia". Perché, dice la premier ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica su Rete 4, "è l'unico argomento che gli rimane per mobilitare il proprio elettorato su una riforma che è di assoluto buon senso". E ancora: "Ma quale deriva illiberale, in Europa almeno 21 Paesi su 27 hanno la separazione delle carriere".
Insomma, insiste Meloni, è solo "una riforma che consente a magistrati bravi e che fanno il loro lavoro di poter avanzare di carriera anche se non sono inseriti nel meccanismo spartitorio delle correnti ideologizzate". Ed è, dice, una delle ragioni per cui il governo ha deciso di andare avanti sulla riforma, "perché in Italia abbiamo migliaia e migliaia di giudici che fanno ottimamente il loro lavoro e che spesso sono stati mortificati perché non avevano le amicizie giuste". Insomma, "non è una riforma fatta contro i giudici, ma una riforma fatta per tutti i magistrati", perché "introduce meritocrazia, responsabilità e consente anche una giustizia più efficiente". Perché "con un Csm nel quale noi abbiamo dei membri sorteggiati e non decisi dalle correnti" si "guadagna in termini di efficienza", visto che "finalmente con l'Alta corte i magistrati che sbagliano dovranno rispondere del loro operato". "Lei sa - dice rivolgendosi a Porro - quanto ci sono costati negli ultimi trenta anni solamente i risarcimenti che abbiamo dovuto dare per ingiusta detenzione?".
Ed è così convinta della bontà della riforma che Meloni si dice anche sicura che domenica e lunedì "molti magistrati voteranno sì anche se non lo dicono". "Perché scelgano di non dichiararlo chiaramente bisogna chiederlo a loro. Ma certamente - aggiunge - ci si deve interrogare, quando qualcuno ritiene di non essere libero di esprimere il proprio pensiero. Lo dico perché chi oggi sostiene le tesi del No dice che lo fa anche per difendere la Costituzione e l'articolo 21 della Carta dice che tutti hanno diritto a esprimere liberamente il proprio pensiero, sottinteso, non c'è scritto esplicitamente, senza ripercussioni. Quindi, evidentemente, se alcuni non lo dichiarano è perché probabilmente temono delle ripercussioni". Di certo, aggiunge la presidente del Consiglio, "è evidente che una vittoria del No sarebbe una legittimazione di tutto quello che noi stiamo cercando di superare, di risolvere, di combattere". Insomma, "sarebbe una legittimazione dei casi di magistrati negligenti che fanno carriera, della spartizione correntizia, dell'irresponsabilità, delle sentenze surreali che abbiamo visto copiosamente, particolarmente in questi mesi". E, aggiunge, permetterebbe alla politica di continuare a controllare il Csm.
La premier ironizza su chi oggi descrive un Consiglio superiore della magistratura "estraneo ai meccanismi della politica". Ed elenca una serie di vicepresidenti di Palazzo dei Marescialli - figura eletta tra i cosiddetti consiglieri laici - tutti di provenienza politica: "David Ermini, parlamentare del Pd e responsabile giustizia del Pd; Michele Vietti, parlamentare con Casini; Giovanni Legnini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Renzi e parlamentare del Pd, come se io ci mettessi Mantovano; Nicola Mancino, ministro degli Interni col governo Amato e parlamentare Dc". Insomma, "non mi pare che la politica non ci sia". "E noi - aggiunge - stiamo facendo una riforma che vuole togliere il controllo della politica sul Csm e sulla magistratura". E ancora: "Nelle leggi di applicazione di questa riforma costituzionale della giustizia, ci dobbiamo mettere anche una norma che impedisca a chi ha fatto politica, almeno per un periodo di tempo, di andare al Csm".
Infine, Meloni ribadisce che il voto di domenica e lunedì "non è un giudizio sul governo nel suo complesso". E conferma che, a differenza di quanto fece Matteo Renzi, non intende legare al referendum il suo destino politico.
"Sono qui a parlare di questo - spiega - non perché sono preoccupata dal fatto che crolla tutto o perché ho paura di quello che accade di me da lunedì prossimo. Sono qui perché mi dispiace se l'Italia perde la straordinaria occasione di fare una riforma epocale e fondamentale per far camminare il Paese".