Questo è l'inverno dei mediatori. Lo è perché si respira un'aria da ultima speranza, con una guerra che non passa più, con l'Ucraina che resiste e la Russia che non sa dire basta. Lo è per chi si siederà a parlare di pace. Vladimir Putin ha quasi settantaquattro anni, Mario Draghi ne ha quattro di più e la più giovane è Angela Merkel che ne ha soltanto sessantanove. Le sorti dell'Europa sono affidate a loro. Il Financial Times rivela che a guidare le trattative con Mosca potrebbero essere l'ex cancelliera tedesca o l'ex premier italiano. Si parla di scelta autorevole, di prestigio, come se l'Europa nel momento di incertezza rispolverasse i vecchi fuoriclasse, i simboli di un mondo meno caotico, non ancora avvelenato da derive egocentriche o populiste. È la vecchia guardia che mette sul tavolo i suoi valori universali, la democrazia, la libertà, il diritto, la sacralità della legge. È come richiamare in strada due vecchi sceriffi che, magari un po' acciaccati, sanno come fare per riportare la pace in città. Solo che questo non è un film western con John Wayne o Gary Cooper e non è detto che i buoni vinceranno. Cosa possono portare in dote Mario e Angela? A pensare male soprattutto i propri errori, quelli di una intera classe dirigente europea che negli ultimi vent'anni ha ignorato troppi segnali su dove sta andando il mondo. Non hanno mai creduto alle parole di Putin, che non ha mai nascosto di sentirsi una sorta Cesare, ossia di Zar, orgoglioso del destino della madre Russia.
Quando Putin diceva che i valori occidentali erano obsoleti pochi ci hanno dato peso. Era più facile fare affari con lui. Adesso l'Europa è un corpo senza testa e non ha armi, in senso metaforico e non solo, per farsi sentire. La pace che possiamo chiedere è quella dei vecchi e spesso non ha futuro.