Il Metoo delle suore: "Diritti anche a noi"

Le religiose rivendicano indipendenza e denunciano abusi e disparità

Il Metoo delle suore: "Diritti anche a noi"

Chiedono regole e contratti, anche se si tratta di lavori svolti per la Chiesa. Lodano i movimenti come Me Too e Black Lives Matter perché «hanno portato un grande segno di uguaglianza nel mondo» e sognano che anche nella Chiesa, definita «molto gerarchica», possano esser riconosciute o ascoltate. Si potrebbe forse parlare di «rivoluzione rosa», con le suore in prima linea a rivendicare rispetto e diritti dopo una vita al servizio degli ecclesiastici, spesso «predatori», autori di abusi e violenze nei loro confronti, così come denunciato pubblicamente anche da Papa Francesco.

L'ultimo numero di Donne chiesa mondo, il mensile femminile dell'Osservatore Romano, è interamente dedicato alle consacrate che, a distanza di anni dalle prime coraggiose denunce, tornano a fare il punto dopo che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, «anche se la strada è ancora lunga». A parlare è Maryanne Loughry, suora della Misericordia, docente al Boston College e consulente del Jesuit Refugeee Service. La consorella invoca trasparenza nei rapporti di lavoro, chiede che ci sia conoscenza dei diritti di tutte le suore e che tutto sia basato su accordi scritti, non più verbali e basati sull'obbedienza: «Succede - racconta la suora portando un esempio - che cambiano le mansioni, che la sorella si trovi a dover lavorare fino a tardi la sera, o nel week end, senza tempo per se stessa e la sua Congregazione. E che né lei né la superiora abbiano un testo scritto di cui valersi. Sarebbero d'aiuto accordi con i diversi ministeri partner su stipendi, orari, mansioni e referenti».

E poi c'è la questione degli abusi sessuali, finanziari e fisici compiuti sulle consacrate spesso anche dai preti: nel 2019 Papa Francesco ne aveva parlato di ritorno dal viaggio ad Abu Dhabi ammettendo che «il problema esiste nella Chiesa, io credo che si faccia ancora, ma ci stiamo lavorando. Questo succede anche perché la donna è considerata di seconda classe».

A tal proposito, sul mensile rosa della Santa Sede, si sottolinea quanto la mancanza di indipendenza finanziaria delle suore (o delle donne in generale) impedisca loro di sottrarsi alle violenze. E ci si domanda «Quanto incide la sottomissione economica della vittima, soprattutto nei luoghi di maggior povertà, non solo per l'omessa denuncia ma anche come elemento di ricatto?».

Commenti