Gli Stati Uniti sono pronti per una svolta nella guerra contro l'Iran. Il Pentagono si sta preparando a settimane di operazioni di terra, mentre migliaia di soldati e Marine americani arrivano in Medioriente per quella che potrebbe trasformarsi in una nuova, pericolosa fase del conflitto, se il presidente Donald Trump decidesse di optare per l'escalation.
Secondo alcune fonti del Washington Post le operazioni a terra non sarebbero un'invasione su larga scala, ma piuttosto incursioni condotte da forze speciali e truppe di fanteria. "È il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al comandante in capo. Questo non significa che lui abbia deciso", sottolinea la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Intanto la Cnn riferisce che la Uss Tripoli è giunta nella regione con a bordo 3.500 marinai e Marines.
Negli ultimi giorni l'amministrazione Usa ha oscillato tra dichiarazioni di un imminente ridimensionamento della guerra e la minaccia di intensificarla. Sebbene Trump abbia manifestato il desiderio di negoziare una conclusione del conflitto, Leavitt ha avvertito martedì che, qualora il regime di Teheran non rinunciasse alle proprie ambizioni nucleari e non cessasse le minacce contro gli Stati Uniti e gli alleati, il presidente è "pronto a scatenare l'inferno" contro di loro. Le forze iraniane "stanno aspettando l'arrivo delle truppe americane sul territorio per dargli fuoco e punire per sempre i loro partner regionali", è la risposta del presidente del Parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Ghalibaf: "I nostri missili sono in posizione. La nostra determinazione e la nostra fiducia sono aumentate". Mentre il portavoce del comando operativo iraniano, Ebrahim Zolfaghari, mette in guardia gli Stati Uniti dall'idea di inviare truppe per occupare le isole del Paese. "I comandanti e i soldati americani diventerebbero una facile preda per gli squali del Golfo Persico se venissero inviati", avverte.
Secondo gli analisti citati dai media Usa, il dispiegamento imponente di militari americani potrebbe puntare a ottenere concessioni dall'Iran oppure a prepararsi all'attacco finale dell'operazione Epic Fury che consentirebbe a Trump di dichiarare vittoria, ma questo potrà avvenire solo se lo Stretto di Hormuz sarà riaperto. "Il presidente ha opzioni limitate sotto ogni aspetto per mettere fine della guerra. E questo in parte perché c'è una mancanza di chiarezza su quale potrebbe essere un esito soddisfacente", spiega Jonathan Panikoff, ex vice consigliere alla sicurezza nazionale per il Medioriente, parlando con Reuters.
Ieri i media statali iraniani hanno riferito che attacchi missilistici statunitensi e israeliani hanno colpito una città portuale vicina allo Stretto di Hormuz, mentre l'aeronautica dello Stato ebraico ha completato un'altra ondata di attacchi a Teheran e in altre zone del Paese prendendo di mira infrastrutture del regime (oltre 140 nelle ultime 24 ore, fa sapere l'Idf).
Sul fronte diplomatico, invece, nei colloqui svoltisi ieri a Islamabad tra Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, le discussioni iniziali si sarebbero concentrate sulle proposte per riaprire Hormuz. I mediatori avrebbero vagliato proposte legate al traffico marittimo, che prima dell'incontro il Pakistan aveva inoltrato alla Casa Bianca.
Tra le varie opzioni, una proveniente dal Cairo prevede tariffe simili a quelle del Canale di Suez.Turchia, Egitto e Arabia Saudita potrebbero formare un consorzio per gestire il passaggio del flussi di petrolio attraverso lo Stretto, una proposta che sarebbe stata discussa con Usa e Iran.