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Milano, la verità nei telefoni degli agenti

Il pm sospetta che l'agente abbia perso tempo per preparare la messa in scena

Milano, la verità nei telefoni degli agenti
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Le chat scambiate tra i poliziotti del commissariato Mecenate subito dopo l'uccisione dello spacciatore Abderrahim Mansouri. La consulenza medico-legale sul corpo di Mansouri. E soprattutto la ricostruzione dei rapporti che Carmelo Cinturrino, l'agente indagato per omicidio volontario, intratteneva con gli spacciatori del Corvetto e di Rogoredo, le due zone - praticamente confinanti - divenute il suk dell'eroina a Milano. È su questi tre fronti che si muovono in queste ore decisive le indagini sulla morte di Mansouri, freddato con una pallottola alla testa da Cinturrino nel tardo pomeriggio del 26 gennaio. Ed è dall'esito di questi accertamenti che dipende la sorte del poliziotto indagato: che ieri ha cancellato tutti i suoi profili social, ma che difficilmente potrà cancellare le tracce lasciate in questi anni operando nella "zona grigia" dove in nome del risultato a tutti i costi, degli arresti per riempire statistiche e curriculum, è sospettato di avere varcato molte regole.

I telefoni dei quattro colleghi di Cinturrino accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati sequestrati all'inizio degli interrogatori avvenuti la settimana scorsa. Sono affollati di conversazioni in cui si parla della morte di Mansouri e del ruolo di Cinturrino, e sarebbe strano il contrario. Ma dal tono dei messaggi gli investigatori della Squadra Mobile puntano a capire anche se nei giorni successivi al 26 gennaio i poliziotti avessero la percezione di avere assistito semplicemente a una tragedia, o fossero consapevoli che il racconto di Cinturrino non stava in piedi, e avessero deciso comunque di coprirlo nelle relazioni di servizio. Nel corso degli interrogatori, i quattro hanno rivendicato la loro buona fede, spiegando di avere creduto a Cinturrino. E incastrandolo solo su un dettaglio: disse di avere già chiamato i soccorsi. Non era vero. L'allarme alla centrale parte solo venti minuti dopo lo sparo che raggiunge Mansouri alla tempia. È il tempo, sospetta ora la Procura, che serve a Cinturrino per organizzare la messa in scena, piazzando sulla scena del delitto la pistola finta che accuserà poi Mansouri di avergli puntato addosso.

Quel ritardo può essere stato determinante nella morte del pusher? O senza la messa in scena Mansouri si sarebbe potuto salvare? La dichiarazione di morte dell'uomo porta l'orario delle 18,31, trentasei minuti dopo che finalmente è stata chiamata la prima ambulanza. Per quanto è trapelato finora, i primi esami sul corpo della vittima dicono che le lesioni causate dal proiettile, rimasto conficcato nel cervello di Mansouri, erano talmente devastanti da rendere impossibile la sopravvivenza dell'uomo. Se invece si scoprisse che un intervento neurochirurgico immediato avrebbe dato al ferito qualche chance, anche questo andrebbe ad appesantire la posizione di Cinturrino.

E poi c'è tutto il resto, l'affresco delle abitudini border line del poliziotto, basate finora sulle testimonianze raccolte dagli avvocati della famiglia Mansouri, ovvero i boss dello spaccio in Corvetto. Proprio per la loro provenienza, gli inquirenti le prendono con beneficio di inventario e le stanno verificando una per una.

Leggendo gli atti, d'altronde, si scopre che anche l'accusa a Cinturrino di avere mentito durante il processo a un altro pusher era basata quasi soltanto sulla parola del pusher stesso. Di fatto i principali testi d'accusa contro il poliziotto sono gli spacciatori che lo odiavano, e questo rende tutto più complicato: a meno che non saltino fuori riscontri concreti.

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