Tra minacce e promesse parte la trattativa Pd-Fi sulla riforma elettorale

I renziani: ok ai capolista bloccati chiesti da Berlusconi ma niente premio alla coalizione

Tra minacce e promesse parte la  trattativa Pd-Fi sulla riforma elettorale

La data fatidica è l'8 maggio: quel giorno verrà proclamato il nuovo leader del Pd uscito dalle primarie. E - dato cui Matteo Renzi, piuttosto certo della vittoria, guarda con maggior interesse - verranno sanciti i numeri dell'Assemblea nazionale e della Direzione, e saranno chiari i rapporti di forza nel Pd.

A quel punto, legittimato dai gazebo e in pieno controllo (così auspicano i renziani) nel partito, l'ex premier aprirà i giochi sulla legge elettorale. In casa Pd gli obiettivi fondamentali da realizzare sono piuttosto chiari: no alla frammentazione, e quindi soglie di sbarramento al 5% in entrambe le Camere, mediando tra l'attuale 8% del Senato e il 3% della Camera; sì alla governabilità e quindi premio di maggioranza anche in Senato. Ed è chiaro anche l'interlocutore da cui si può ottenere di più su questa linea, ossia Forza Italia. Di cui, però, non ci si fida troppo: «Noi siamo pronti a fare accordi con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. Ma lui continua a tramare con altri: guardate cosa ha combinato in Senato con la presidenza della commissione Affari costituzionali, finita a Torrisi grazie ai voti di Fi», dice un renziano di alto rango. È inoltre noto che su un punto fondamentale c'è divergenza totale di interessi con il Cavaliere: lui vuole che il premio di maggioranza sia assegnato alla coalizione, per poter tenere insieme il centrodestra senza dover fare listoni con Salvini e Meloni; il Pd renziano invece vuole mantenerlo alla lista per evitare di rimettere insieme caravanserragli modello Unione prodiana e per lasciare al loro triste destino gli scissionisti bersaniani di Mdp.

Per questo Renzi, che sa bene come anche in casa sua altri (da Orlando a Franceschini) ci sia chi perora la causa del premio alla coalizione, non vuole aprire trattative sulla legge elettorale prima di aver conquistato una maggioranza autosufficiente nel Pd, in grado di imporre la linea. E per questo continua a tenere sotto pressione Berlusconi con la politica dei due forni: «Non escludiamo di fare un accordo con i Cinque Stelle per togliere i capilista bloccati», ha ripetuto più volte in queste settimane. Agitando consapevolmente uno spauracchio contro il Cavaliere, perché senza capilista bloccati «a nord vincerebbero i leghisti, a sud i democristiani» e i berlusconiani di stretta osservanza rischierebbero l'estinzione. «Noi ce la caveremmo, ma per Fi sarebbe un dramma», dice un dirigente Pd.

Se Berlusconi - pur di tenere i capilista bloccati - accettasse il premio alla lista, sarebbe fatta: sulle soglie di sbarramento l'accordo si troverebbe facilmente, in barba ai partitini minori, Mdp compreso, che rischierebbero di restar fuori dal prossimo parlamento. Ma per convincerlo occorre che la minaccia sia credibile. Anche per questo, non sono piaciute in casa renziana le avance e le offerte di «collaborazione» con Fi fatte dal capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda, cui ha subito risposto l'azzurro Paolo Romani (perorando il premio alla coalizione).

«Zanda vuole un asse con Romani per sopravvivere ai ricatti di Mdp e Ncd in Senato, ma così mina la trattativa sulla legge elettorale e offre a Grillo l'occasione di denunciare inciuci contro di lui», dicono.

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