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La svolta del ministero dell'Istruzione: basta balle sulle foibe

Le nuove linee guida del Ministero dell'Istruzione invitano a fare chiarezza nella didattica sulle foibe e smontano ogni negazionismo

La svolta del ministero dell'Istruzione: basta balle sulle foibe

Un documento dettagliato, di ottantanove pagine, detta le "Linee Guida per la Didattica della Frontiera Adriatica" secondo gli studi del Ministero dell'Istruzione, e mostra che su temi come la fuga di centinaia di migliaia di italiani dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la Seconda guerra mondiale e la tragedia delle foibe la cultura e le istituzioni italiane sono all'erta. Pubblicato il 21 ottobre scorso, ultimo giorno della gestione dell'ex Ministro Patrizio Bianchi, il documento, approvato il 12 settembre scorso, fissa alcuni temi importanti che è valido studiare e approfondire.

Il Ministero oggi guidato da Giuseppe Valditara ha compiuto un'importante operazione culturale a maggior ragione apprezzabile se pensiamo che l'ex Ministro Bianchi, a lungo assessore dell'Istruzione dell'Emilia Romagna, è un esponente dell'area politica del Partito Democratico, che dimostra così di aver fatto pienamente i conti con il negazionismo delle foibe del Partito Comunista Italiano. Il Ministero dell'Istruzione ritiene, nell'articolato documento, fondamentale offrire ai ragazzi delle scuole medie e superiori un ampio e articolato piano didattico sulle vicende accadute alla frontiera orientale e culminate nella pulizia etnica degli italiani di Istria e Dalmazia.

Sulle foibe e l'istruzione un'operazione culturale importante

Questo perché, si legge nel documento, "l’argomento può proporsi come un caso di studio in grado di affrontare e comprendere i motivi per i quali determinati equilibri nei rapporti tra le popolazioni entrano in crisi e si interrompono, perché ci sono ingiustizie, discriminazioni, negazione dei diritti di identità e di cittadinanza, repressioni, persecuzioni, violenze, esodi, espulsioni". Historia magistra vitae, insomma. Gli interrogativi sono: "chi le vittime e chi i persecutori; perché in determinate circostanze gli Stati adottano strumenti che negano i diritti che dovrebbero tutelare; perché è stata fatta la scelta di lasciare la propria terra; quali sono state le condizioni in cui si sono trovati coloro che hanno intrapreso un esodo; come si è formata la memoria a fronte di un lungo silenzio a censurare il dolore del distacco". Sono temi universali, purtroppo sempre attuali ma che devono essere equilibrati con una contestualizzazione storica di lungo periodo. Evitando ogni faziosismo. E su diversi punti la svolta del Ministero è importante.

In primo luogo per la qualità dei relatori del documento. C'è, tra di loro, Raoul Pupo, dell'Università di Trieste, tra i massimi storici a portare in emersione la questione del confine orientale fin dalla fine degli Anni Ottanta; c'è Giuseppe Parlato, tra i principali esperti di storia del fascismo, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e professore ordinario di Storia Contemporanea nella Università Internazionale (Unint) di Roma; ci sono, tra i coordinatori della rilettura finale del documento, molte associazioni di esuli e di promotori della memoria del confine orientale, riunite nel gruppo di lavoro apposito costituito dal dicastero di Trastevere.

In secondo luogo: sì alla concezione delle tragedie che hanno contraddistinto la frontiera orientale, contesa a lungo tra Italia e Jugoslavia, come un continuum in cui è dignitoso ricordare sia il caos creato dal fascismo che le vendette titine. No a qualsiasi giustificazionismo a cui, troppo spesso, la Sinistra radicale si è appellata che vedeva la pulizia etnica degli italiani ad opera di Tito e dei suoi come "giustificata" dalle violenze del regime di Mussolini. E il Ministero dell'Istruzione cita esplicitamente che ": se nell’ambito di un’unità didattica sulle Foibe la maggior parte del tempo è dedicata ai precedenti di violenza del fascismo di confine e delle truppe italiane in Jugoslavia, questa non va considerata come corretta contestualizzazione, bensì quale mera elusione".

In terzo luogo: rifiuto totale di ogni forma di negazionismo della questione delle foibe. In quest'ottica qua il Ministero dell'Istruzione sulle foibe e gli eventi ad esse legati sposa un trend avviato da tempo dalle istituzioni nazionali. A cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha, nel suo mandato, aggiunto la condanna esplicita del negazionismo.

In quarto luogo si cita esplicitamente il tema dell'inserimento nella didattica nazionale a livello di scuole medie e superiori del lungo periodo di silenzio che ha contraddistinto la vicenda delle foibe. Per tanti anni, prima dell'instaurazione del Giorno del Ricordo, la memoria delle tragedie giuliane e dalmate è stata custodita, soltanto dalle vittime, gli esuli, e dai loro familiari. La guerra, l'invasione della Jugoslavia, la sovrapposizione tra la resistenza partigiana ed eccessi che sfociarono in veri e propri crimini, la distanza degli esuli da una terra lontana, la questione di Trieste rendevano difficile la nascita di una memoria pubblica. Il Ministero dell'Istruzione cita l'importanza di ricordare il "triplice silenzio". In primo luogo, il silenzio internazionale che nelle logiche della Guerra Fredda impose, dopo la rottura tra Tito e Stalin avvenuta nel 1948, di rompere i ponti tra Occidente e Belgrado. In secondo luogo, il doloroso silenzio di Stato che imponeva di storicizzare il dramma delle Foibe e la questione, ancora aperta, del ruolo del fascismo nelle terre perse nel 1947. In terzo luogo il "silenzio del Partito": il Ministero dell'Istruzione ricorda che a lungo "il PCI evitò di parlare dell’argomento per non rendere evidente la propria posizione, legata anche alle indicazioni di Mosca, su quanto avviene lungo il confine nordorientale".

Il dramma del confine orientale oltre ogni omertà

Le questioni delle campagne di pulizia etnica che portarono al dramma delle foibe finirono nell’omertà sin da quando furono perpetrate. Perché tiravano in ballo le responsabilità del PCI e di un’ala cospicua della lotta partigiana nei massacri, perché incrinavano il rapporto con la vicina Jugoslavia di Tito, perché c’era il tabù della cortina di ferro che spartiva i due mondi, l’Occidente filoamericano e l’Est filosovietico. A oltre settant'anni dagli eventi, constatiamo che sul tema foibe si siano fatti, nell'ultimo quindicennio, notevoli passi avanti. L'istituzione del "Giorno del Ricordo", la nascita di comitati e iniziative super partes e una maggiore attenzione storiografica aiutano a rendere sempre più residuali le sacche di riduzionismo e negazionismo.

E il Ministero dell'Istruzione invita a leggere il dramma del confine orientale in un senso più ampio. La violenza delle foibe accanto alle persecuzioni naziste e al terrorismo jugoslavo condotto negli Anni dell'anteguerra disegna il quadro di un contesto complesso e macchiato da una lunga scia di sangue. Una catena di odii e vendette che culminarono nella pulizia etnica e che vanno studiati come merita: ovvero, come fenomeni complessi e da storicizzare, in maniera analoga a quanto fatto per i più recenti avvenimenti dei Balcani degli Anni Novanta.

Se il martirio subito da Srebenica, Mostar, Sarajevo, Vukovar negli Anni Novanta assunse da subito visibilità planetaria, nomi come Basovizza, Arbe-Rab, Gonars e Jasenovac non suscitano, nel largo pubblico, lo stesso riscontro emotivo. In questo contesto, la Giornata del Ricordo italiana offre l'occasione di rendere il giusto tributo alle vittime italiane di una tragedia infame e inaccettabile, ma anche l'occasione di studiarne le cause storiche e il contesto di evoluzione. Perché la memoria, senza consapevolezza, sul lungo termine rischia di trasformarsi in conformismo. E proprio su questo tema interviene l'ambizioso programma del Ministero dell'Istruzione, che propone ai docenti percorsi articolati di visite, riflessioni in aula, laboratori e gite da compiere nei luoghi del ricordo per creare una memoria condivisa e, soprattutto, cosciente. Perché i drammi di ieri siano formativi per i giovani italiani di oggi.

Ogni negazionismo e strumentalizzazione sta a zero. Di fronte alle grandi tragedie della storia sarebbe giusto, in certi contesti, chinare il capo in silenzio e fermarsi a riflettere. Nel mare magnum della zuffa e del dibattito politico, tra negazionisti che si definiscono di sinistra ma parlano in totale sintonia con i più accesi nazionalisti croati e strumentalizzatori che riducono al "comunismo" le cause credendo di vivere in un eterno 1989, è il pensiero critico a fare la differenza. Sottrarre a ogni partigianeria e riconsegnare alla doverosa memoria la questione delle foibe e i suoi antecedenti storici è un dovere civile che nel mondo della scuola italiana appare importante promuovere. E l'operazione ambiziosa del Ministero dell'Istruzione un punto di partenza importante per la politica in materia del nuovo governo di centrodestra.

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